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giulianocinema: Il ragazzo selvaggio 21 legname selvaggio

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lunedì 12 luglio 2010

Il ragazzo selvaggio

Il ragazzo selvaggio (L’enfant sauvage, 1970) Regia di François Truffaut. Tratto dal libro (resoconto scientifico) del dottor Jean Itard (anno 1798). Sceneggiatura di François Truffaut e Jean Gruault. Fotografia di Nestor Almendros. Scenografie di Jean Mandaroux. Costumi di Gitt Magrini. Musica di Antonio Vivaldi (concerto per flauto, solista Michel Sanvoisin; concerto per mandolino, solista André Saint-Clivier). Con François Truffaut (Jean Itard), Jean Pierre Cargol (Victor), Jean Dasté (professor Pinel), Françoise Seigner (madame Guérin). Durata 83’

« Un fanciullo di dodici o tredici anni, che qualche anno prima era stato intravisto nei boschi della Caune, completamente nudo, in cerca di ghiande e di radici di cui si nutriva, venne incontrato in quegli stessi luoghi, verso la fine dell'anno VII, da tre cacciatori, che lo catturarono, mentre si arrampicava su un albero per sfuggire al loro inseguimento. Condotto in un piccolo villaggio delle vicinanze e affidato alla custodia di una vedova, in capo a una settimana il fanciullo fuggì e riguadagnò le montagne sulle quali errò nei più crudi rigori dell’inverno, rivestito più che coperto da una camicia a brandelli , ritirandosi durante la notte in luoghi solitari e accostandosi di giorno ai villaggi vicini, conducendo una vita errabonda, fino al giorno in cui entrò di sua spontanea volontà in una casa abitata del cantone di Saint-Sernin. Venne ripreso, sorvegliato e curato per un paio di giorni; fu quindi trasferito all’ospedale di Saint Affrique, poi a Rodez, dove venne trattenuto per parecchi mesi. Durante il periodo trascorso in questi diversi luoghi lo si è visto sempre ugualmente selvaggio, impaziente, inquieto, cercare continuamente di fuggire e offrire materia di osservazioni interessantissime, raccolte da testimoni degni di fede, che non si mancherà di riferire nel corso di questo saggio, nei punti in cui potranno avere maggior risalto. Un ministro, protettore delle scienze, credette che la scienza dell'uomo morale avrebbe potuto trarre qualche lume da questo avvenimento. Vennero impartiti ordini perché il fanciullo fosse condotto a Parigi. Vi giunse verso la fine dell'anno VIII, sotto la scorta di un povero e rispettabile vecchio che, costretto a separarsene poco tempo dopo, promise di tornare a riprenderselo e di fargli da padre, se mai la società lo dovesse abbandonare.

Le più luminose e meno ragionevoli speranze avevano preceduto a Parigi il Selvaggio dell'Aveyron. Molti curiosi pregustavano il piacere di vedere il suo stupore dinanzi a tutte le bellezze della capitale. D'altro canto diverse persone, per altro raccomandabili per i loro lumi, dimenticando che i nostri organi sono tanto meno duttili e l'imitazione è tanto più difficile quanto più l'uomo è lontano dalla società e dall'epoca della prima infanzia, credettero che l'educazione di quell'individuo sarebbe stata questione di qualche mese e che lo si sarebbe presto udito fare i più piccanti racconti della sua vita passata. E invece, cosa si vide? Un fanciullo di un sudiciume disgustoso, affetto da movimenti spasmodici e spesso convulsi, che si dondolava in continuazione, come certi animali in cattività, e mordeva e graffiava quanti lo servivano; e che infine era indifferente a tutto e non prestava attenzione a nulla. E’ facile immaginare che un essere del genere non dovette suscitare che una momentanea curiosità. Accorsero in massa, lo videro senza osservarlo, lo giudicarono senza conoscerlo e non ne parlarono più. In mezzo all'indifferenza generale, gli amministratori dell'istituto nazionale dei sordomuti e il suo celebre direttore, non dimenticarono che la società, attirando nel suo seno questo giovane sventurato, aveva contratto nei suoi confronti degli obblighi imprescindibili, che era loro dovere soddisfare. Condividendo allora le speranze che io fondavo su un trattamento medico, decisero di affidare il fanciullo alle mie cure. (...)»
Così comincia uno dei libri più affascinanti che mi sia mai capitato di leggere, “Il ragazzo selvaggio” di Jean Itard (ed. Longanesi 1970, traduzione di Tilde Riva). Siamo nel 1797, poco dopo la Rivoluzione Francese (è ad essa che si riferiscono le date in numeri romani), e in Francia, nei boschi di Lacaune nella regione dell’Aveyron, viene avvistato un bambino, dell’età apparente di 10-12 anni, nelle condizioni qui sopra descritte proprio dal dottor Itard. E’ da questo libro, il resoconto da parte di Itard dell’educazione del “ragazzo selvaggio”, che François Truffaut trasse uno dei suoi film più belli e più singolari.

Il libro mi era stata regalato, quando ancora andavo alle medie, da una cara persona che forse non sapeva di cosa si trattava; il film lo avevo visto pochi anni dopo, e mi aveva colpito molto. Fu il mio primo incontro con Truffaut, e forse per questo non mi sono mai raccapezzato molto con gli altri suoi film, quelli precedenti e quelli successivi. Ancora oggi, per me Truffaut è questo, quello illuminista del “Ragazzo selvaggio”. Oltretutto, in “L’enfant sauvage” Truffaut recita di persona: si prende la parte del dottor Itard ed è un’interpretazione di quelle che non si dimenticano.
Non c’è niente di facile o di effettistico, in questo film: Truffaut inquadra il racconto dentro l’Illuminismo, con ambienti molto razionali e ricostruiti con cura, e con grandi stampe alle pareti che sono quasi sicuramente prese dall’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert.

Rivedendo il film di Truffaut dopo parecchi anni, mi ha colpito una somiglianza curiosa, e che non ritengo casuale, con un film che sarebbe uscito pochi anni dopo: “L’enigma di Kaspar Hauser” di Werner Herzog. Nei due film vengono raccontate due storie vere, molto ben documentate, con molte somiglianze e molte differenze. Si tratta di due trovatelli, più o meno della stessa età (anche se Herzog fa interpretare la parte di Kaspar ad un attore adulto), a distanza di circa quarant’anni l’uno dall’altro. Ma, mentre Victor (il bambino di Jean Itard) è cresciuto nei boschi e si comporta come un animale, Kaspar Hauser è stato tenuto segregato ed ha ricevuto una qualche forma di educazione, che non tarda a riemergere. I due film hanno molto in comune sotto l’aspetto visivo: soprattutto gli interni, i costumi, gli atteggiamenti degli attori, la ricostruzione storica così perfetta da far credere, a tratti, che si tratti di un documentario. Ecco, questa “parentela” tra Herzog e Truffaut è davvero singolare, e inaspettata.
C’è poi un’altra parentela, questa volta dichiaratissima, con Jean Vigo. Truffaut è cresciuto nel mito di Jean Vigo, autore di soli tre film ma meravigliosi: il suo capolavoro è “L’Atalante”, del 1933 (la più bella storia d’amore mai girata al cinema). Prima dell’Atalante, Jean Vigo aveva girato un film tutto interpretato da ragazzi dell’età di Victor, in un collegio per adolescenti. Il film di Vigo si chiama “Zero in condotta”, e anche se risente molto degli anni che sono passati (siamo agli albori del cinema sonoro), la sua influenza su tutto il cinema di Truffaut è evidentissima. Truffaut si è dedicato molto ai bambini e agli adolescenti, e questa in fin dei conti è la storia di un bambino. Sia in Truffaut che nel libro di Itard, è il bambino Victor che risalta in primo piano, e non era così scontato. Grande evidenza, nella prima parte del film, hanno i bambini dell’Istituto per i Sordomuti, presso i quali viene ricoverato Victor prima di essere preso in casa da Itard: è qui che la somiglianza con “Zero in condotta” diventa evidente. Ma Victor è vissuto troppo tempo da solo e non può comunicare nemmeno con i bambini sordomuti.

Tra gli interpreti di “L’enfant sauvage” c’è anche Jean Dasté, il protagonista dell’Atalante di Vigo: chi segue Raitre lo ha visto molte volte (da giovane) tuffarsi dalla sua chiatta sulla Senna per raggiungere sott’acqua l’immagine dell’amata. Dasté è un attore che ha lavorato moltissimo, la lista dei suoi film dopo l’Atalante è lunghissima, ed è quindi forse un po’ esagerato dire che la sua presenza qui sia un omaggio a Jean Vigo, ma oserei dire che la scelta non è da considerarsi casuale.
Dasté intrepreta il professor Pinel, il collega di Itard che a Parigi fu il primo a stendere un rapporto sul ragazzo trovato nei boschi; e con lui accanto Truffaut fa davvero una gran figura.

« (...) Riferendo poi parecchie storie, raccolte a Bicêtre, di fanciulli irrevocabilmente colpiti da idiozia, il cittadino Pinel stabilì tra lo stato di quei disgraziati e quello che presentava il fanciullo di cui ci occupiamo, gli accostamenti più rigorosi, dai quali risultava necessariamente un'identità completa e perfetta tra quei giovani idioti e il Selvaggio dell'Aveyron. Questa identità portava necessariamente a concludere che colpito da una malattia ritenuta sinora inguaribile, il fanciullo non era suscettibile di nessuna specie di sociabilità e d'istruzione. Questa fu appunto la conclusione che ne trasse il cittadino Pinel, accompagnandola tuttavia con quel dubbio filosofico che pervade tutti i suoi scritti e che suole mettere nei suoi presagi chi sa apprezzare la scienza del pronostico e sa vedervi null'altro che un calcolo più o meno incerto di probabilità e di congetture. Io non condividevo affatto questa opinione sfavorevole; e malgrado la verità della descrizione e la giustezza degli accostamenti, osai concepire qualche speranza. Speranza che fondai sulla duplice considerazione della causa e della curabilità di quell'apparente idiozia.
Non posso andar oltre senza soffermarmi un istante su queste due considerazioni. Esse ci riportano ancora al momento presente e si basano su una serie di fatti che devo raccontare e ai quali mi vedrò costretto a mescolare più d'una volta le mie personali riflessioni. Se ci venisse dato da risolvere questo problema di metafisica: determinare quale sarebbe il grado di intelligenza e la natura delle idee di un adolescente che, privato sin dall'infanzia di ogni educazione, abbia vissuto completamente isolato dagli individui della propria specie. O mi sbaglio di grosso o la soluzione del problema si ridurrebbe a non concedere a questo individuo che un'intelligenza relativa all'esiguo numero delle sue necessità e privata, per astrazione, di tutte le idee semplici e complesse che riceviamo con l'educazione e che nel nostro animo si combinano in tanti modi, unicamente per mezzo della conoscenza dei segni. Ebbene, il quadro morale di questo adolescente, sarebbe quello del Selvaggio dell'Aveyron e la soluzione del problema darebbe la misura del suo stato intellettuale. Ma per ammettere ancora a maggior ragione l'esistenza di questa causa, bisogna provare che ha agito a distanza di anni e bisogna rispondere all'obiezione che mi si potrebbe muovere e che mi è stata già mossa, che il preteso selvaggio altri non era che un povero imbecille che i genitori, disgustati, avevano da poco abbandonato in qualche bosco. Quelli che hanno fatta propria una simile supposizione, non hanno certo osservato il fanciullo poco tempo dopo il suo arrivo a Parigi. (...)» (da “Il ragazzo selvaggio” di Jean Itard, ed. Longanesi, trad. di Tilde Riva)


Truffaut segue fedelmente la storia così come viene raccontata da Itard, e più avanti mi piacerebbe riportare altri brani del libro con le immagini del film: penso proprio che lo farò. Rimane da dire che il recupero di Victor non sarà completo: da adulto, Victor tornerà all’Istituto dei Sordomuti e vi rimarrà fino alla morte, che lo coglie ancora giovane, nel 1828.
A conclusione del discorso su “L’enfant sauvage” mi viene da dire che rivedendolo mi è tornato alla mente, e con grande evidenza, un altro maestro (nel senso di insegnante) di quegli anni, quello interpretato in tv da Bruno Cirino nel “Diario di un maestro” con la regia di Vittorio De Seta. Erano cose che capitavano in quegli anni, mi sono detto: c’era stato anche il maestro Manzi, per esempio. Erano i temi che si sceglievano in quegli anni, e che piacevano anche ad un pubblico molto vasto. Oggi questi temi non vanno più, anche a scuola si parla d’altro: di separare, di bocciare, di discriminare, di privatizzare. Sono proprio altri tempi, e chissà di cosa ci avrebbe parlato Truffaut, oggi: ma forse avrebbe preferito fare altro, stare zitto prima che lo si costringesse a tacere.

4 commenti:

Il cineocchio ha detto...

Complimenti per il blog, continuerò a seguirti! Volevo tra l'altro riferirti che ti ho inserito nella mia lista di blog segnalati per il premio Dardos (nonchè nel blogroll del mio sito). Link:

http://ilcineocchio.99k.org/?p=2340

Saluti!

Giuliano ha detto...

Ringrazio molto, ma ricordo che questi sono soltanto miei appunti personali. So che a qualcuno fa piacere leggerli, ed è solo per questo che sono leggibili in rete.

Marisa ha detto...

Si tratta indubbiamente di un film eccezionale, anche se scomodo. I debiti di riconoscenza verso Jean Vigo ci sono tutti e Truffaut ne è ben consapevole.
La grande illusione dell'illuminismo è mirabilmente bilanciata da un autentico amore per il ragazzo e uno spirito di ricerca che precorre Freud.
Certo che più i danni dovuti alla mancanza di relazione e di "empatia" sono precoci e meno sono le probabilità di una riparazione totale, ma questo ancora oggi preferiamo ignorarlo e tirare in ballo sempre più le cause organiche e i geni. Meno lavoro e meno responsabilità, in cambio più guadagno per le case farmaceutiche...
E continuiamo a sostenere che l'uomo è prevalentemente un essere sociale e relazionale!
Che tristezza!

Giuliano ha detto...

Ero rimasto molto colpito dal libro di Jean Itard, e anche dal film: ero poco più di un bambino, ma la presenza di una mia cugina handicappata mi è servita molto per capire e anche soltanto per evitare di dire scemenze, quelle scemenze atroci che un po' tutti dicono.
Quello che più mi aveva colpito era di trovare un'esperienza come questa, di amore e di assistenza, addirittura a fine Settecento. Ancora negli anni '60, chi aveva un figlio handicappato lo teneva nascosto; oggi purtroppo si sono fatti molti passi indietro, per colpa soprattutto di una classe dirigente e politica non all'altezza.
Dobbiamo moltissimo all'Illuminismo, spesso è difficile rendersene conto ma l'Illuminismo - grazie anche alla Rivoluzione Francese, che ebbe questo merito anche dopo, con Napoleone, si diffuse la cultura dell'igiene: molti studiosi di medicina dicono che le gravissime epidemie, le pestilenze e il colera, eccetera, sparirono proprio perché si cominciò a capire che l'igiene personale e pubblica (le fognature, le sepolture fatte in modo appropriato) era fondamentale.
Di quel periodo sono anche le grandi scoperte chimiche e la nascita dell'industria. Il libro di Itard è bellissimo, e penso che ne approfitterò ancora in futuro.

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I piccoli popoli del nord e dell'estremo oriente russo

A cura dell'Associazione per i popoli minacciati - Sudtirolo, Bolzano 1999

INDICE

Thomas Benedikter: I piccoli popoli del nord e dell'estremo oriente russo

Wolfgang Strobl: Breve storia della colonizzazione

Winfried Dallmann: I popoli indigeni del Nord della Russia. Un panorama geografico ed etnografico

Jeremej D. Ajpin / Valerji B. Shustov: La situazione dei piccoli popoli del Nord della Federazione Russa
| Cap 1. | Cap. 2. | Cap. 3. | Cap. 4. | Cap. 5. | Cap. 6. | Cap. 7. | Cap. 8. | Cap. 9. |

Florian Stammler: Da dove viene il nostro gas: Hanti e Nenci - Siberia Occidentale

Larissa Vyntyna: I Ciukci
| Cap 1. | Cap. 2. | Cap. 3. | Cap. 4. | Cap. 5. | Cap. 6. | Cap. 7. | Cap. 8. | Cap. 9. | Cap. 10. | Cap. 11. |

Quadro dei piccoli popoli del Nord e dell'Est della Russia

Bibliografia


Thomas Benedikter - I piccoli popoli del nord e dell'estremo oriente russo [ top ]

Il termine Siberia fa subito pensare a un immenso paesaggio di foreste ghiacciate, ad una regione fra le meno ospitali del mondo. Ma spesso si dimentica che il calore dei nostri bruciatori proviene in buona parte proprio da quelle terre. Nel 1600 le ricchezze naturali della Siberia stimolavano già l'avidità degli Zar. Dopo tre secoli di conquista violenta o di sottomissione "pacifica" delle popolazioni indigene gli eserciti russi raggiunsero il Pacifico. E` una storia quasi sconosciuta in Europa, ma molto simile a quella della colonizzazione del Nordamerica da parte degli Europei occidentali. Solo poco più di un milione di questi "indiani della Siberia" sono sopravvissuti alla conquista zarista e alla successiva russificazione. L'industrializzazione dei primi decenni dell'Unione Sovietica ha avuto un impatto devastante anche in Siberia.

Oggi è in atto una nuova conquista della Siberia, stavolta in chiave capitalistica, e le risorse della taiga e della tundra attirano le multinazionali di tutto il mondo: le foreste boreali interessano alle compagnie di legname giapponesi, il petrolio si trova nel mirino di compagnie statunitensi e canadesi, il gas rimane in buona parte monopolio delle ditte statali che lo esportano nell'Europa occidentale. L'economia russa è malata e ha urgentemente bisogno dell'ossigeno di valute forti; perciò forza l'estrazione di ogni risorsa che può essere venduta sul mercato mondiale. Le vittime di tutto questo sono l'ambiente e con esso gli abitanti della Siberia, primi fra tutti i popoli indigeni.

Come gli Indiani del Nordamerica anche i "piccoli popoli dell'estremo Nord ed Est della Federazione russa" - è questo il termine ufficiale con cui vengono definiti - stanno cercando di opporsi a questi mutamenti nefasti. Ma è solo dopo lo scioglimento dell'URSS che la loro voce è riuscita a penetrare anche all'esterno. Lo stesso governo russo ha approvato una serie di misure di protezione, quasi tutte rimaste sulla carta. Siccome la trasformazione dell'economia russa in un'economia di mercato rafforza l'ingerenza straniera nella gestione delle risorse di questi territori, i piccoli popoli di queste terre, analogamente ai loro parenti americani, sono esposti ad una doppia minaccia: le loro tradizioni di economia sostenibile vengono spazzate via dall'invasione dell'industria pesante e dall'inquinamento a tutto campo, la loro cultura dall'assimilazione nella cultura nazionale russa.

Come stanno oggi gli indigeni della Siberia? Un anno fa due dei massimi dirigenti dell'organismo parlamentare che li rappresenta, Valeri Shustov e lo scrittore Jeremej Ajpin (già presidente dell'Assemblea dei piccoli popoli del Nord), hanno scritto un rapporto sulla situazione attuale dei popoli indigeni. Il rapporto, che è stato approvato dall'Assemblea parlamentare dei popoli indigeni, fornisce un quadro sintetico ma approfondito della situazione odierna. A questo testo abbiamo aggiunto una breve storia che copre il periodo dalla colonizzazione zarista fino a Stalin e un panorama geografico-culturale di questi popoli.

Il nostro fascicolo si conclude con la presentazione di un progetto di cooperazione proposto dalla stessa Assemblea dei piccoli popoli, che in questo modo cerca di mobilitare la solidarietà internazionale. Ringraziamo in modo particolare gli autori dei testi, il traduttore Alfons Benedikter, già consigliere regionale del Trentino-Sudtirolo, e la redattrice Veronika Daprà, esperta di cultura russa. Speriamo che questo fascicolo possa stimolare la curiosità e l'attenzione per i piccoli popoli della Siberia, che oggi si trovano sull'orlo dell'estinzione.

Wolfgang Strobl - Breve storia della colonizzazione [ top ]

L'impero plurinazionale russo si è formato attraverso un'espansione che è durata molti secoli. Si caratterizza per una grande varietà etnica, confessionale, sociale e culturale. I diritti delle minoranze sono sempre stati rispettati in modo diseguale. All'interno del grande impero russo, comunque, molte di queste culture non sono riuscite a sopravvivere fino ad oggi. La lealtà zarista era la condizione principale per un rapporto non conflittuale con Mosca. In seguito al continuo processo di espansione e riordinamento territoriale della Russia la percentuale dei russi sul totale della popolazione continuava a calare. Mentre alla fine del 1500 le etnie non russe toccavano appena il 19%, all'inizio del 1700 superavano già il 30% e alla fine del '700 arrivavano al 47% della popolazione totale. Altre conquiste fecero si che nel 1834 i russi arrivassero a meno della metà della popolazione, mentre Tartari, Bielorussi, Ucraini, Polacchi, Ebrei e altre 200 etnie componevano la maggioranza della popolazione.

Il Nord della Russia e della Siberia è tradizionalmente abitato da popoli indigeni che erano stati padroni di queste terre fino all'arrivo dei conquistatori russi. I russi definiscono queste etnie, che spesso contano meno di 2.000 persone, popoli del Nord. Secondo i testi di storia i russi, nella loro espansione verso est e verso nord, trovarono un paese quasi deserto. L'avanzata della Russia verso il "Far East", il selvaggio Est, ricorda l'espansione prima europea e poi statunitense nel "Far West" nordamericano. In entrambi i casi i colonizzatori venivano a sovvertire profondamente l'ordine sociale e politico dei popoli indigeni. A seconda delle condizioni climatiche, la pesca lacustre e marina, la caccia, l'allevamento di renne e l'agricoltura a sud della frontiera del "permafrost" erano la principale base di sussistenza dei popoli indigeni. Prima della colonizzazione russa gli indigeni professavano in maggior parte un animismo sciamanico. Lo sciamanesimo è un elemento culturale e religioso comune a tutti i popoli indigeni.

Dal 1000 al 1300 nella parte nordoccidentale del terittorio slavo, attorno alla città di Novgorod, si formò un'area abitata da ceppi finnici. Fra queste etnie si contavano i Kareli, i Voti, gli Isciori e i Vepsi nel Nordovest, i Sami (Lapponi) di lingua finna nell'estremo Nord, i Sirjeni (oggi Komi), Permjaki, Ostjaki, Voguli (oggi Mansi) e Samojedi nel Nordest. Tutti questi popoli soggiacevano all'amministrazione della repubblica cittadina di Novgorod. I russi, in un primo momento, portarono avanti una politica di acculturazione pacifica cercando di integrare queste etnie nel cristianesimo ortodosso. Nel caso del popolo sirjeno, per esempio, la cristianizzazione andò di pari passo con l'integrazione nell'impero russo. Ma non sempre si evitò il ricorso alla violenza. Nonostante l'energica politica di acculturazione parte di questi popoli (per es. i Kareli, i Komi) hanno potuto conservare la propria identità etnoculturale fino ai nostri giorni. L'annessione della repubblica, compiuta dallo Zar Ivan III nel 1478, conferì definitivamente al Granducato di Mosca il carattere di una nazione multietnica.

Dopo la conquista militare dei khanati di Kasan e Astrachan (1556), l'espansionismo russo verso l'Ovest fu frenato alla fine del secolo dalla guerra di Livonia. Ma restava aperto l'Oriente transuraliano, dove regnava il Khan di Sibir nella regione dell'alto Ob. Nel '500 e nel '600 la Siberia era popolata da molte piccole etnie, organizzate prevalentemente in forma di tribù. Nella taiga più a nord, invece, abitavano i Tungusi manciuri e gli Jukaghiri che vivevano di caccia e pesca. I Samojedi, i Ciukci, i Kamciadali/Korjaki erano invece nomadi allevatori di renne che vivevano nella tundra. Nel sud attorno al lago Bajkal si erano insediati i Burjati, di lingua mongola, i Teleuti e gli Jakuti di ceppo turcomanno, e infine gli Sciori, pure essi pastori nomadi e allevatori di bestiame. Gli unici agricoltori in questa vastissima area erano i Tartari, concentrati nelle zone a margine della steppa e gli Ostjaki (Voguli) di lingua ugra. Sotto il profilo politico tutte queste etnie erano poco organizzate. Il khanato della Siberia occidentale era l'unico impero di una certa importanza.

Per decenni la maggior parte di queste etnie si oppose piuttosto tenacemente all'avanzata russa. Già all'inizio del '700 si registravano grandi ribellioni. I popoli si organizzavano in unità piuttosto piccole ed ovviamente erano molto più deboli in termini militari. La resistenza dei popoli siberiani, confrontata a quella dei popoli non russi dell'Occidente, fu decisamente più forte, dato che la stessa organizzazione sociale diversa (società nomade tribale di fede musulmana rispetto i contadini stanziali di fede cristiana dell'Occidente) alimentava la resistenza. Le fonti storiche di questo periodo sono scarse ed impediscono un'esatta ricostruzione delle vicende. Le continue ribellioni del '700 costrinsero Mosca ad una durissima repressione per poter mantenere il proprio potere. Si applicarono misure draconiane che arrivarono a vere campagne di sterminio, come nel caso dei Ciukci.

L'opposizione sempre più compatta delle etnie non russe costrinse Mosca a modificare la sua politica di integrazione, rendendola più pragmatica, cauta e tollerante. Mosca incentivò la formazione di èlite locali confermando i privilegi dei capitribù e delegando ad essi compiti amministrativi minori e la riscossione dello "jasak", i tributi che venivano pagati sotto forma di pellicce. Per il resto la Russia optò per la non ingerenza negli affari interni delle singole etnie. Ai popoli venne concessa anche un'ampia libertà religiosa. A popoli quali i Samojedi, i Ciukci, i Ciuvasci e i Ceremissi fu permesso di continuare a praticare lo sciamanesimo.

I voivoda siberiani, governatori locali nominati da Mosca, spesso venivano esortati dal governo zarista ad essere tolleranti con le tribù ed evitare di riscuotere lo "Jasak" con la forza. Ma le autorità locali, i commercianti e i coloni non ascoltavano queste esortazioni: in molte aree regnavano la corruzione, il ricatto, lo schiavismo e la violenza. Nel 1600, per garantire l'approvvigionamento delle truppe di occupazione, la Russia aveva insediato numerosi contadini-coloni nella Siberia. Nonostante questa politica di insediamento nei territori più isolati della tundra e della taiga, i popoli indigeni riuscirono a conservare le loro strutture tribali.

Nel 1719 i popoli del Nord contavano solo 50.000 persone, ma in Siberia i russi erano già in minoranza. I contadini russi erano concentrati nella fascia di terre fertili della Siberia sudoccidentale. La caccia, l'allevamento di renne e la pesca erano le attività principali dei popoli indigeni. Nel '700 si registrò un rinnovato tentativo di integrazione dei popoli non russi nella società russa. Il modello di Novgorod, che consisteva in un controllo indiretto, fece spazio ad una stretta dipendenza amministrativa, economica e militare da Mosca.

Per lungo tempo la Russia trattò i nomadi come cittadini di serie B. Nel 1767 essi non potevano ancora partecipare alle assemblee della Commissione legislativa. All'inizio dell'800 alcuni riformatori, fra i quali il governatore generale della Siberia M.M. Speranskij (1772-1833), tentarono di "portare le etnie arretrate ad un livello di civiltà superiore". I cosiddetti inorodcy (stranieri) ottennero finalmente uno status giuridico proprio. Lo statuto del 1822 conferì loro ampie competenze amministrative. Attraverso la "legge per l'amministrazione della popolazione indigena" lo stato tentò di proteggerli dalla prepotenza dei coloni russi e dallo sfruttamento. Ma questo programma di riforme, ispirato dall'approccio illuminista e nel solco della tradizione pragmatica della politica russa per le minoranze, potè essere realizzato solo in parte. Impiegati corrotti, che riuscirono a sottrarsi ai controlli, impedirono l'affermarsi dello stato di inorodocy. Gli indigeni rimasero cittadini di seconda classe, a dispetto di privilegi e provvedimenti.

La debolezza della Cina a metà del XIX secolo favorì la conquista russa dei territori a nord e sud del fiume Amur. Le tribù indigene di stirpe manduro-tungusa - i Goldi, gli Oroci, gli Oroki, gli Ulceni, i Neghidalzi, gli Udeghi i Giljaki - subirono la stessa sorte dei popoli siberiani. Benché i Russi riuscissero a convertire questi popoli al cristianesimo ortodosso, questi rimanevano attaccati alle loro religioni animiste. L'alcoolismo, le malattie portate dai conquistatori e lo sfruttamento delle risorse naturali ridussero rapidamente il numero degli abitanti. Le etnie più numerose e più compatte riuscirono a difendersi meglio dai soprusi del governo centrale.

La politica di Nicolò I (1825-1855) mirò alla conservazione dello status quo. Ogni mutamento si rivelò pericoloso perché la modernizzazione provocava frequenti ribellioni fra i popoli locali. A partire della metà dell'800 si tornò nuovamente a una politica d'integrazione e si rafforzò lo studio scientifico delle varie etnie. Alcuni linguisti crearono alfabeti cirillici per i popoli senza scrittura quali i Ciuvasci, i Votjaki e gli Jakuti. Si elaborarono vocabolari, grammatiche e testi scolastici; venne fondato anche un istituto magistrale per la formazione di insegnanti non russi. L'obiettivo primario rimase comunque quello di diffondere la fede ortodossa. Ma verso la fine dell'800 queste iniziative furono duramente criticati dai nazionalisti russi. In ultima analisi questa politica ebbe comunque dei risultati, visto che fra il 1864 e il 1905 non si registrò nessuna ribellione significativa da parte di un popolo non-russo.

All'inizio del secolo XX la Siberia diventò meta privilegiata dei coloni russi. Questi in un primo tempo privilegiavano la Siberia occidentale, ma dopo la costruzione della ferrovia transiberiana iniziarono a stabilirsi anche nella Siberia orientale. Per molti popoli la colonizzazione significò un'estensione del loro spazio vitale (Nenzi, Ciukci, Evenki, Eveni), ma per altri una drastica riduzione (Enzi, Jukaghiri, Korjaki, Itelmeni). Nel corso di un'ampia politica di rilocazione e migrazione forzata promossa dalla riforma agraria di Stolypin, entro il 1914 erano stati insediati oltre tre milioni di contadini russi. Spesso la caccia e la pesca praticate dalle popolazioni locali doverono cedere il passo all'allevamento di animali da pelliccia, che aveva un potenziale commerciale più alto.

La maggioranza delle etnie non russe non partecipò alla Rivoluzione. Tuttavia vari popoli non russi della periferia contribuirono alla destabilizzazione dell'ordine politico. Del resto la Rivoluzione stimolò anche il riscatto nazionale di molti popoli. I loro intellettuali agitarono rivendicazioni culturali, sociali e politiche. Nel 1905 i Ciuvasci riuscirono a pubblicare un settimanale nella loro madrelingua. Ma il tentativo degli Jakuti di organizzarsi a livello politico venne subito soffocato. La "Dichiarazione per i popoli della Russia", approvata subito dopo la Rivoluzione, non venne mai applicata. Negli anni successivi all'interno del "Comitato di appoggio per i popoli del Nord" (Comitato del Nord) ci furono aspre discussioni fra chi voleva concedere ai popoli indigeni il diritto ad un proprio sviluppo culturale e fra coloro che optavano per integrarli nella classe operaia. Alla fine si imposero i secondi. Quando la Russia fu divisa nel nuovo assetto amministrativo, anche certi territori con popolazione indigena ottennero una certa autonomia. Alle terre degli Jakuti (1922), dei Kareli (1923) e dei Komi (1936) fu riconosciuto la status di repubblica autonoma. In base alle leggi vigenti i dirigenti delle singole tribù (sciamani, proprietari di renne) non avevano però l'accesso ai ranghi superiori dei Soviet locali e del Congresso. Tuttavia i Russi avviarono alcune riforme per rilanciare l'economia dei territori del Nord. Si cercò di elaborare delle lingue scritte per combattere l'analfabetismo, che era ancora molto diffuso. La politica di Lenin per le minoranze si agganciò alla politica delle nazionalità della Russia premoderna. Per conservare il proprio potere si decise di concedere più spazio alle minoranze.

Negli anni Trenta la dittatura di Stalin ebbe un effetto devastante sulle strutture economiche e sociali dei popoli indigeni. L'industrializzazione dell'URSS aveva bisogno delle risorse del Nord: la pesca su vasta scala bloccò l'accesso degli indigeni a molti fiumi, l'industria alimentare trasformò enormi aree in pascoli, i boschi vennero distrutti per fare spazio alle miniere e alle centrali idroelettriche. I popoli indigeni non furono mai coinvolti. Le loro economie venivano meno senza che fossero rimpiazzate da nuove opportunità di lavoro. Le grandi compagnie importavano i propri operai e tecnici oppure si servivano dei prigionieri dei gulag, i campi di lavoro forzato istituiti da Stalin. Tutti questi stranieri non erano sottoposti alla giurisdizione del soviet locale.

La maggior parte della Siberia fu trasformata in "proprietà collettiva". Lo strapotere dei ministeri dell'industria soffocò i timidi tentativi che erano stati fatti per contenere gli effetti dell'industrializzazione sui popoli indigeni. Il Comitato del Nord fu sciolto nel 1935. Successivamente Stalin tentò di reprimere i popoli indigeni anche dal punto di vista culturale. Il dittatore georgiano vedeva in queste differenze culturali qualcosa che ostacolava la creazione dell'homo sovieticus. Una differenza fu comunque conservata: si stabilì che a parità di lavoro gli indigeni venissero pagati meno dei lavoratori russi. Molti gruppi di Ciukci e di Eveni, ritirandosi in zone molto remote, riuscirono a sfuggire a questa sorte.

L'ascesa al potere di Stalin rappresentò per i popoli indigeni un peggioramento radicale della propria situazione. Nei loro territori, ricchi di risorse minerarie e legname, si fece strada un'industrializzazione in grande stile, senza alcun riguardo per la fragilità dell'ecosistema nelle zone artiche. Davanti al sorgere di strade, miniere, pozzi di petrolio fabbriche, le attività tradizionali degli indigeni dovettero ritirarsi per fare spazio all'industria mineraria, dell'allevamento, della pesca. Vennero disboscati vasti territori, nei fiumi vennero versati gli scarichi industriali, si interferì nel ciclo dell'acqua, si provocarono massicci inquinamenti da petrolio. Gli operai venivano maltrattati, quando non reclutati nei gulag, cosicché molti indigeni perdettero la loro occupazione. La terra venne espropriata dallo stato, i suoi abitanti trasferiti in altri territori. Nel 1877 la Russia aveva annesso l'isola di Novaja Zemlja ("terra nuova") e vi aveva insediato alcune centinaia di Nenzi (Samojedi). Nel 1955 Mosca decise di effettuare alcuni esperimenti nucleari su queste isole e perciò tutti gli abitanti vennero nuovamente trasferiti nella zona di Narjan Mar e sulle isole di Kolguev e Vajgac. Ma la distanza dalle zone dei test non fu sufficiente: ancora oggi numerosi indigeni accusano gli effetti delle radiazioni nucleari.

Nel 1937 un decreto sovietico impose l'uso esclusivo dell'alfabeto cirillico per tutte le lingue dell'URSS. A partire del 1957 ogni insegnante poteva essere arrestato se continuava a parlare la lingua indigena al di fuori della scuola. I genitori vennero costretti a battezzare i loro figli con nomi russi. Il governo costrinse molti nomadi a diventare sedentari. Gli abitanti dei piccoli villaggi vennero costretti a trasferirsi in grandi centri perché i servizi pubblici erano stati chiusi. Dopo il 1970 fra tutte le 26 lingue indigene del Nord della Russia solo il nencio continuava ad essere insegnato a scuola. Oggi é frequente che solo gli anziani conoscano la propria lingua materna, mentre varie lingue stanno per scomparire.

Nel secondo dopoguerra la situazione dei popoli indigeni rimase sostanzialmente la stessa. Alla fine degli anni '50 il governo avviò una politica di reinsediamento forzato della popolazione indigena nelle maggiori città della Siberia. Questa politica favorì la perdita definitiva dell'identità culturale, il dilagare dell'alcolismo e della criminalità. Il boom dell'industria petrolifera petrolio iniziato negli anni '60 sottrasse altri territori a tutta una serie di etnie (Nenzi, Oroki, Evenki ed altri). In varie occasioni gli operai dell'industria petrolifera attaccarono fisicamente gli indigeni e saccheggiarono le loro proprietà. Se questi si rivolgevano ai tribunali locali, spesso rischiavano di finire sul banco degli imputati.

L'evoluzione in senso centralistico del sistema amministrativo sovietico nei prim anni ottanta, quando persino la parola "minoranza" venne cancellata dai testi di legge, tolse ai soviet locali le ultime vestigia di autogoverno, mantenendo una mera funzione consultiva. Fino alla fine degli anni '80 il governo sovietico continuò l'industrializzazione selvaggia dei territori del Nord. La deforestazione e l'estrazione di petrolio e gas naturale continuarono a pieno ritmo. I popoli indigeni persero vaste aree di pascolo. Solo a partire del 1989 alcuni popoli iniziarono ad organizzarsi in associazioni. Nel 1990 lo scrittore Nivko Vladimir Sanghi fu eletto presidente dell'Unione dei piccoli popoli del Nord della Russia. Nella risoluzione finale del congresso convocato per l'occasione i delegati rivendicarono i diritti fondamentali dei popoli indigeni, la ratifica della convenzione ILO n.169 da parte della Russia e altre misure per consentire la sopravvivenza dei popoli indigeni.

Per assicurare il futuro dei popoli del nord si pensa, dalla fine degli anni 80, all'istituzione di territori nazionali che esercitino l'autodecisione in materia economica. E' necessario porre fine alla distruzione di insediamenti, mettere un freno all'industrializzazione, favorire i programmi locali piuttosto che quelli pilotati dal centro. Si incomincia a reintrodurre l'insegnamento nelle lingue indigene, mentre si sperimentanto programmi di formazione per l'allevamento delle renne, caccia, allevamento di animali da pelliccia. Qualora un popolo sia maggioritario in un terriorio, è possibile l'introduzione dell'autogoverno. Il fine principale di questa politica consiste nella creazione di condizioni per garantire uno sviluppo mirato sui bisogni dei popoli indigeni. Questi tentativi di riforma sono però gravemente ostacolati da pesanti apparati amministrativi, da crescenti sussulti nazionalisti, da macchinazioni mafiose, e, non ultima, dalla pesante crisi economica della Russia.



Borgo degli Angeli


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    Ai margini di un immenso bosco che fu riserva di caccia dei borbone sorge un imponente castello ottocentesco ben conservato. www.parks.it

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    Un paesino sorto disordinatamente tra il medioevo e l’era barocca che cosnerva il fascino della sua storia, con vicoli pittoreschi, bei palazzi in pietra, chiese dove gli stili si socìvrappnogono. www.petraliasottana.pa.it

    Vivereverde

    -          Riserva regionale Bagnu di Cefalà Diana e Chiarastella, Cefalà Diana (PA),www.agraria.org.  Dominata dal Pizzo Chiarstella, uno spettacolare rilievo di 7oo m., l’area contraddistinta da numerose grotte e coperta di macchia mediterranea. Oltre che per il suo aspetto solitario e selvaggio nonostante la vicinanza delle aree più urbanizzate del palermitano, vale una visita per le romantiche rivine di u  casello normanno con la sua torre integra e i suoi resti di mura merlate, e per quel che resta di antichissime terme arabe, una vasca circondata da nicchie in una grande stanza dal soffitto a volta e con un porticato sostenuto da colonne tuttora alimentata da una fonte che eroga acqua minerale a 37 gradi. 2 giorni

    -          Riserva regionale  Bosco di Ficuzza, Palermo, www.parks.it. Il massiccio di Rocca Busambra (oltre 1600 m), un massiccio bastione bianco dalle pareti scoscese, domina uno dei boschi più grandi della Sicilia: 7400 ettari di lecci, sughere, querce e rocce tra rocce, fiumi, laghi e praterie. Era una riserva di caccia dei Borbone (c’è anche un grazioso casino), piena di daini e cervi oggi scomparsi ma sostituiti da migliaia di uccelli canterini e rapaci. 1 giorno

    -          Riserva regionale Boschi di Favara e di Granza, Montemaggiore Belsito (PA), www.parks.it. Nella piana riarsa di Montemaggiore, vicino palrmo, esplodono all’improvvviso due immensi boschi di sughere che si mescolano a roverelle e lecci con un sottobosco multicolore particolarmente ricco. Straorinario anche il concerto offerto da migliaia di uccelli nascosti fra le fronde. 1 giorno

    -          Riserva regionale Bosco di Santo Pietro, Caltagirone (PA). Un bel bosco di sughere particolarmente imponenti e lecci, querce, roverelle abitato da mmolti piccoli animali selvatici e soprattutto da testuggini oggetto di ripopolamento (c’è anche un attrezzato centro di cura e recupero). Ambuiente particolarmente romantico grazie ai resti di antichi mulini corsi d’acqua, sorgenti, fontane. 1 girono

    -          Riserva regionale Grotta di Carburangeli, Carini (PA), www.legambienteriserve.it. E’ gestita da Lertgambiente questa bella caverna non lontana da Palermo, scintillante di stalattiti, stalagmiti ecolonne, abitata da una rara specie di pipistetrelli. Visite su penotazione. I giorno

    -          Riserva regionale Grotta di Ciavuli, Sant’Angelo Muxaro (AG), www.legambienteriserve.it. In un territorio carsico aspro e variegato, dove la macchia mediterranea si alterna a piccoli corsi d’acqua, lagjetti che appaioni e sprofondano, vaità d’ogni dimensione.  la spettacolare Grotta di Ciavuli si inoltre per oltre 1000 metri in una collina, percorsa da un fiume e adornata da stalattiti e stalagmiti. 1 giorno Parco regionale Madonie, Petralia Sottana (PA), www.parcodellemadonie.it. L’abete dei Nebrodi o delle Madonie è un albero dal legname così duro da essere ritenuto indispensabile da greci e romani per la costruzione delle loro navi. Oggi è in via di estinzione, e i 29 eseòlpari sopravvissuti costiuiscono il fiore all’occhiello del grande Parco delle Madonie, 40 mila ettari di territorio per proteggere un’ambiente insolito per la sicilia: accanto a territori brulli e riarsi e a vaste aree di pascolo e ulivti secolari, anche la ricchissima macchia mediterranea delle zone a ridosso del mare e le fitte foreste che si estendono lungo i pendii di montagne alte fino a 2 mila metri. Il Parco è anche ricchissimo di animali: piccoli mammiferi , daini, perfino alcuni cervi. E soprattutto milioni di farfalle, che incerti periodi dell’anno colorano letteralmente l’aria.  Da scoprire grazie ai molti itinerari suggeriti dalle guide nella sede del parco, a Petralia Sottana. 3-7 giorni

    -          Riserva regionale Monte Carcaci, Castronuovo e Prizzi (PA), www.siciliaparchi.com. Un monte non alto (1200 m)con ciuffi di alberi e macchia mediterranea domina il paese di aspeto medievale ma con origini siculo-greche.romane di Prizzi. L’ambiente è ricco di acque invernali (un lago artificiale, torrenti e stagni) che spariscono d’estate, dando origine al curioso fenomeno di piccoli crostacei che producono uova durante la stagione bagnata che maaturano durante la fase secca. Tra gli animali c’è anche l’arvicola di Savi, un graazioso criceto di 10 cm che passa il tempo a scavare lunghissime gallerie, dannazione degli agrivìcoltori locali. 1 giorno

    -          Riserva regionale Monte Genuardo e Santa Maria del bosco, Sambuca di Sicilia (PA), www.esplorasicilia.com. Rocce e boschi antichissimi di querce e lecci in una riserva che protegge un curiso fenomeno naturale – “cuscini di lava”, formazioni laviche che contengono aria a seguito di raffreddamenti istantanei a contatto con l’acqua delle colate – e i romantici resti di un convento di origine nedievale distrutto da un terremoto. 1 giorno

    -          Riserva regionale Monte Pellegrino, Palermo, www.palermo.riservamontepellegrino.it. Un alto promontorio alla periferia di Palermo coperto di boschi e macchia mediterranea e abitato da numerosi piccoli mammiferi selvatici: un’oasi verde nella città. 1 giorno

    -          Riserva regionale Monte San Calogero, Caccamo (PA), www.caccamo.sicilia.it. Quasi 3 mila ettari di territorio selvaggio una volta rifugio di eremiti e oggi frequentato da piccoli mammiferi selvatici e uccelli rapaci. Belle passeggiatre alla scoperta anche di antichi edifici militari, mulini abbandonati, alcuni siti archeologici geci scoperti di recente. Splendidi scorci panoramici sul mare. 1 giorno

    -          Riserva regionale Pizzo Cane, Pizzo Trigna e grotta Mezzamuto, Altavilla Milicia (PA), www.parks.it. Grandi speronoi di roccia a contraddistinguere un tratto di costa a volte a picco sul mare, a volte pianeggiante, propaggini sul mare di un gruppo montuoso spettacolare e selvaggio dove si alternano macchia mediterranea, boschi di sughere e lecci, campi coltivati. Ci sono anche tre grandi grotte molto interessanti soprattutto per gli speleologi. 1 giorno

    -          Riserva regionale Serre della Pizzuta, <piana degli Albanesi (PA), www.siciliaparchi.com. Svettano massicckie sulla piana, alte fino a 1300 m, a tratti brulle, a tratti coperte di fitte boscaglie. Diventarono tristemente famose il 1° naggio 1947, quando il bandito Giuliano vi si nascose prima dell’attentato di Portella delle Ginestre. Oggi osptano un angolo di natura selvaggio e protetto. 1 giorno

    -          Riserva regionale Serre di Ciminna, Palermo, www.agraria.org. Un’immensa roccia grigia dalle mille sfaccettature in parte aguzze. In parte piatte e geometriche, che emerge solitaria e maestosa sulla pianura circostante. Non a caso gli antichi la consideravano una montagna sacra, e i greci vi avevano costruito un tempio dedicato a Demetrio le pareti rocciose ospitano nidi di rapaci, che contribuiscono alla suggestione del luogo con il loro volo maestoso sopra le rocce. Ciminna, il paese di riferimento dell’area, è noto per aver offerto a Visconti uno degli scenari del Gattopardo e a Martin Scorsese la cittadinanza onoraria (sua madre era nata qui). 1 giorno

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