Sin dall’antichità, i gatti sono stati venerati come dèi, amati per la loro eleganza, ma anche temuti come incarnazione di demoni e streghe. Intorno a loro sono fiorite numerosissime leggende, storie e fiabe. Quella più nota è forse la fiaba del Gatto con gli Stivali, che si è diffusa grazie alla versione di Charles Perrault.

Ma il buon Charles non inventò proprio nulla. Come al solito, questi grandi della fiaba non fanno altro che rielaborare storie della tradizione, fissate per iscritto da autori precedenti.

Il primo a parlare del Gatto con gli Stivali, infatti, è Giovanni Francesco Straparola, il quale, nel Cinquecento, all’interno della sua raccolta dal titolo Piacevoli Notti, inseriva la novella di Costantino Fortunato. Questa storia è universalmente riconosciuta come l’antenata del Gatto con gli Stivali, ma con due piccole differenze: il Gatto in questione non solo non indossa affatto gli stivali, ma non è neppure un gatto. È una gatta.

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Racconta lo Straparola che una donna di nome Soriana aveva tre figli, l’ultimo dei quali si chiamava Costantino Fortunato. Soriana era così povera che possedeva solo tre cose: una madia, ovvero un vecchia cassapanca di quelle per tenere il pane e la farina, un asse di legno e una gatta. Alla sua morte, poté lasciare ai tre figli solo questa eredità: al primo diede la madia, al secondo l’asse di legno e a Costantino la gatta. Ogni tanto le vicine andavano dai due maggiori e chiedevano di poter usare la madia o l’asse di legno, e in cambio offrivano loro delle focacce. Ma quando Costantino chiedeva la sua parte, quei due egoisti si rifiutavano di condividere il pranzo con lui e se il minore diceva di aver fame, lo ammonivano così: «dillo alla tua gatta, ci penserà lei».

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La gatta dovette proprio stufarsi, perché un giorno decise che avrebbe fatto proprio così: ci avrebbe pensato lei. Infatti era una gatta magica e si era stancata di vedere il suo padroncino deperire.

«Non preoccuparti» disse a Costantino «da questo momento provvederò io a tutti e due».

Uscì e andò a caccia. Catturò una lepre e la portò al palazzo del re. Quando il re seppe che c’era una gatta parlante che chiedeva di lui, la ricevette subito. Quella gli offrì la lepre dicendo che era un regalo del suo padrone Costantino, che era un gran signore, bello, valoroso e potente senza eguali. Il re accettò il dono e diede in cambio alla gatta tanto cibo squisito, trattandola con ogni riguardo. Quella per prima cosa si saziò e poi, senza farsi vedere, raccolse il resto per portarlo al suo padroncino.

Costantino era fuori di sé per la gioia. Da quel giorno la gatta prese ad andare regolarmente al castello portando i doni del suo padrone e ricevendo in cambio anche di più. I fratelli di Costantino, come capita in questi casi, venendo a sapere della sua improvvisa fortuna, si fecero subito vivi per averne una parte, ma Costantino Fortunato, che era buono, sì, ma stupido non era, li cacciò via rendendo loro pan per focaccia.

Intanto, la gatta capiva che non si poteva continuare a lungo così. Occorreva un piano. Disse dunque a Costantino di buttarsi nel fiume e fingere di star per annegare. Costantino non fece domande e obbedì. Si gettò nel fiume e la gatta iniziò a urlare e a chiamare aiuto. Accorsero dei gentiluomini al servizio del Re e addirittura il Re in persona. La gatta raccontò loro che il suo padrone era stato aggredito dai briganti, i quali gli avevano portato via dei preziosi doni destinati proprio al Re. Quest’ultimo si dispiacque, ma trovò che Costantino era anche un bel giovanotto, e gli parve un ottimo partito per sua figlia. La gatta, infatti, qualche tempo prima, aveva condotto Costantino al fiume e, poiché era una gatta magica, gli aveva fatto un bel bagno di saliva guarendolo dalla rogna, dalla tigna e dai parassiti, e così lo aveva reso anche più bello.

Il Re decise dunque di dare in sposa a questo bel signore sua figlia Elisetta. I due si sposarono e il Re diede loro come dote dieci mulini d’oro e tanti servitori. Ma la casa coniugale, quella avrebbe dovuto mettercela Costantino. Bel guaio, perché il giovane non aveva un posto dove portare la sua nobile sposa. Ci pensò la gatta.

Quando il Re mandò la figlia con il suo corteo nuziale, la gatta andò avanti e raggiunse un gruppo di cavalieri. Li spaventò terribilmente dicendo loro che stavano arrivando dei pericolosi uomini a cavallo, ma che bastava dire loro di essere cavalieri di Messer Costantino perché li risparmiassero. Poi incontrò greggi di pecore guidati da pastori e disse lo stesso, e fece così con tutti quelli che incontrava per strada. Quindi, mentre il corteo nuziale avanzava, Elisetta chiedeva a tutti: «Chi servite voi? Di chi siete?». E mandriani, uomini e cavalieri rispondevano a gran voce: «Di Messer Costantino». E la principessa si persuase che suo marito era proprio un gran signore. Intanto, la gatta aveva raggiunto un castello e aveva spaventato i suoi abitanti dicendo che un esercito muoveva contro di loro per annientarli e che, se volevano salvarsi, dovevano dire di essere al servizio del suo padrone. Così, quando il corteo arrivò e domandò di chi fosse quel palazzo, tutti risposero: «di Messer Costantino Fortunato».

Il caso volle che il vero proprietario fosse morto in guerra e così Costantino poté per davvero trasferirsi al Castello con la moglie e farlo suo. Quando poi il Re suo suocero, che governava su tutta la Boemia, passò a miglior vita, Costantino Fortunato, grazie all’aiuto della sua fedele gatta, dal niente che aveva diventò addirittura Re.

La storia della gatta fatata di Costantino Fortunato viene ripresa da Giovanbattista Basile, che la intitola Cagliuso e l’ambienta a Napoli. Il gatto è ancora una femmina, lasciato in eredità stavolta dal padre del protagonista, che non aveva tre, ma solo due figli: Oraziello e Pippo. E quest’ultimo non è certo uno stinco di Santo. Sul punto di morte, il padre lascia al primogenito un crivello per guadagnarsi da vivere e al minore la sua gatta. E se il primo si mise subito all’opera guadagnandosi il pane, il secondo non fece che lagnarsi di quell’inutile e disgraziata eredità. La gatta, allora, punta sul vivo, ribatté:

«Sempre a lamentarti, tu! Guarda che se io mi ci metto, ti potrei far ricco».

E così fece. Andò a pesca, e le orate o i cefali che pescò li portò al Re. Questi apprezzò i piccoli doni che la gatta diceva provenivano dal signor Cagliuso. In seguito, il felino si mise a seguire dei cacciatori, e se questi lasciavano cadere una cinciallegra o una capinera, la gatta l’afferrava e la portava al Re.

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Porta oggi porta domani, il re si sentì in debito con questo signor Cagliuso che non conosceva e lo invitò a Palazzo. Da qui la storia segue più o meno quella di Straparola. Cagliuso riuscì a sposare la figlia del Re, e con i soldi della dote, comprò delle terre in Lombardia e vi andò a vivere, diventando barone. Ed era così contento che ripeteva alla sua gatta mille ringraziamenti, giurando che le doveva tutto, e le promise anche che «quando fosse morta, da là a cent’anni, l’avrebbe fatta imbalsamare e mettere dentro una gabbia d’oro nella sua stessa camera, per avere sempre davanti agli occhi il suo ricordo».

A queste parole, la gatta che, dice Basile «sentì questa sparata», storse un po’ il naso e dopo neppure tre giorni si stese lunga lunga e si finse morta.

«Nel vedere questo la moglie di Cagliuso gridò:

– O marito mio, e che gran disgrazia! è morta la gatta!

– E si porti appresso tutti i malanni –, rispose Cagliuso, – meglio lei che noi!

– Che ne facciamo? –, chiese la moglie. E lui: – Prendila per un piede e gettala dalla finestra!»

E la gatta, sentendo che bella ricompensa gli avrebbe riservato il suo padrone, saltò su e lo rimbrottò aspramente, accusandolo di essere un ingrato, un asino senza rimedio. Scosse la testa e se ne andò e a nulla valsero i tentativo di Cagliuso di farla tornare indietro. Quella, infatti, «correndo senza mai voltare la testa, diceva»:

Dio ti guardi dai ricchi impoveriti

e dai miserabili che sono arricchiti.

La Gatta fatata di Straparola e di Basile, qualche secolo dopo, nella versione di Charles Perrault, diventa un lui. La fiaba dice che un vecchio mugnaio, alla sua morte, lasciò ai tre figli il suo mulino, un asino e un gatto soriano. Se nella storia di Straparola Soriana era il nome della povera mamma del protagonista, qua diventa la razza del micetto. Il minore di questi fratelli ebbe il gatto, e se ne doleva, perché quand’anche avesse voluto mangiarlo o farsene un pellicciotto, poi non avrebbe avuto più nulla di che vivere. Il gatto, allora, che fino a quel momento non aveva mai parlato, temendo di fare una brutta fine, gli disse che se avesse ricevuto un sacco e un paio di stivali, gli avrebbe dimostrato che quella del padre era forse la migliore delle eredità. Il giovane acconsentì e gli procurò il sacco e le calzature che voleva. E così il nostro felino, per l’ingegno di Perrault, divenne il Gatto con gli Stivali.

Anche lui, come le sue antenate, va a caccia, ma stavolta usa uno stratagemma: dopo aver chiuso nel sacco delle lattughe, si stende a terra e si finge morto. Attira così un coniglio, lo cattura e lo porta dal Re dicendo che si tratta di un dono del Marchese di Carabas, il primo nome che gli venne in mente. Il Re ne fu compiaciuto e l’accettò con piacere. In un modo simile, il Gatto cattura anche delle pernici e continua a portare omaggi al Re per due o tre mesi di fila.

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Un giorno, venne a sapere che il sovrano e la sua bellissima figlia sarebbero andati a fare una passeggiata in carrozza. Allora, convince il padroncino a buttarsi nel fiume e qui, come nelle altre versioni, il Re, attirato dagli schiamazzi, lo soccorre e lo veste. Quello che Perrault aggiunge alle fiabe precedenti è la presenza di un Orco. Infatti, sappiamo che il gatto, anche nelle fiabe di Straparola e Basile, convince mandriani, pastori e cavalieri a proclamarsi sudditi del suo padrone. Ma in realtà di chi erano davvero sudditi costoro? Di chi erano quelle terre e quegli armenti e perché il vero possessore non si fa avanti a reclamarle? Straparola ci dice che era un soldato morto in guerra. Perrault invece afferma che le terre che il Gatto con gli Stivali attribuisce al Marchese di Carabas sono in realtà di un terribile Orco, che vive in un meraviglioso castello.

Il Gatto va da lui e lo lusinga molto, però confessa di non credere che quello sia capace di trasformarsi in ciò che vuole come si dice in giro. L’orco presuntuoso vuole subito dimostrare le sue capacità e si trasforma in un leone così feroce che il Gatto con gli Stivali salta sulle tegole del tetto dalla paura. Ritornato giù, l’astuto felino dice di non credere che quello sia capace anche di trasformarsi in un animale più piccolo, come una talpa o un topo di campagna. L’Orco, sfidato, non se lo fa ripetere e si trasforma subito in un topolino. Il Gatto, che non aspettava altro, gli saltò addosso e ne fece un sol boccone.

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Quando arrivarono, il Re, la bella principessa e il Marchese di Carabas trovarono un bellissimo palazzo e, nella sala da pranzo, la cena pronta. L’Orco, infatti, aveva invitato degli amici, ma quelli, venendo a sapere dell’arrivo del Re, non si erano più fatti vivi. E così la principessa venne concessa in sposa al figlio del mugnaio, che diventò un gran signore. Ma il giovane era così onesto che raccontò tutta la verità alla moglie e al regale suocero e visse così felice e contento, senza nessun peso sul cuore. Ebbe molti figli, e questi si abituarono a vedere il gatto del padre con indosso gli stivali, a giocare con lui e a sentirne le storie. Il Gatto, infatti, andò a vivere con quella bella famigliola:

«Ed ebbe un bel cuscino di seta accanto al fuoco, nella sala del trono durante l’inverno, ed una bella cuccetta sotto il pergolato d’estate».

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Lavinia Scolari

2 commenti

  1. Halia ha detto:

    Grazie per aver rispolverato la storia di Soriana. Mia nonna la raccontava così… e mi è piaciuto ritrovarla nel tuo articolo.

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    1. Francesco La Manno ha detto:

      Grazie! Continua a seguirci!

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