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Il pallone racconta: DENIS LO HANNO AMMAZZATO alla vita timberland stövlar

mercoledì 24 ottobre 2012

DENIS LO HANNO AMMAZZATO

NICOLA CALZARETTA, “GS” OTTOBRE 2011
Nel novembre 1989, Donato Bergamini era uno dei più interessanti centrocampisti italiani. L’incidente sulla statale 106 jonica resta però un mistero insoluto. La fuga dal ritiro, le telefonate sospette dei giorni precedenti, le scarpe pulite. Qualcuno ha ucciso il calciatore del Cosenza? Vent’anni dopo, la sorella Donata e il padre Domizio hanno accettato di rispondere al “Guerin Sportivo”.

Maria è seduta sul divano. In silenzio. Dalla sua bocca esce solo una frase, che svela una piccola curiosità: «Fu l’impiegato del Comune di Argenta che non volle scrivere Denis. Allora ripiegammo su Donato».
Fa caldo a Boccaleone, piccola frazione del Comune di Argenta, nel ferrarese, dove vive da sempre la famiglia Bergamini. Donato è morto da più di vent’anni, ma la sua presenza si avverte. Non soltanto nelle foto, quasi tutte in tenuta da gioco, che tappezzano le pareti. C’è negli occhi della sorella maggiore Donata. Nelle mani piccole e forti di babbo Domizio. Nei silenzi di Maria, sua madre.
Denis è lì, nel cuore di una famiglia le cui lancette del tempo si sono fermate al 18 novembre 1989, un sabato, giorno della sua misteriosa morte: «Verso le otto e mezzo di sera», ricorda Donata, «vennero da me i genitori di Brunelli, il secondo portiere del Cosenza, che è di queste parti. Io non c’ero, trovarono Guido, mio marito. Le notizie erano confuse e frammentarie».
«Io ero al bar», ricorda invece Domizio. «Ogni sabato ci trovavamo con gli amici per giocare a carte. I carabinieri di qua avevano telefonato a mia moglie per dire che Denis aveva avuto un incidente con la macchina. Una cosa grave. Maria mi chiama e mi dice di tornare a casa. Nel tragitto inizio a pensare a cosa può essere successo. Magari la macchina (una Maserati bianca, ndr), che è bassa, ha urtato qualcosa».
Domizio, però, non è convinto, più di un elemento è fuori posto: «Era sabato, con la squadra in ritiro. Figurati se Denis l’avrebbe mai abbandonato. È sempre stato un ragazzo scrupoloso. Non gli ho mai dovuto dire di non fare tardi».
L’angoscia sale. Denis è vivo o è morto? I dubbi si accavallano. Domizio è tormentato: «Arrivo a casa e, mentre mia moglie è lì che prepara le valigie, le dico: “Denis l’hanno ammazzato”».
Quelle parole fanno il vuoto. E gelano il sangue. Domizio non ha dubbi. Macché incidente! Qualcuno ha voluto mettere fine alla vita di un ragazzo di ventisette anni che, tra le altre cose, giocava a pallone: «Già, il pallone», è Donata che interviene. «Denis era fissato. Lo ricordo sempre con la palla tra i piedi e con la Juventus nel cuore. Tra noi c’era un anno di differenza. Si giocava spesso insieme, qui nel giardino di casa. Ovviamente a me toccava stare in porta, mentre lui tirava e correva senza soste».
La passione c’è, il talento pure. Il Boccaleone lo arruola presto nei Pulcini: «Era piccolino», rammenta Domizio, «un “cosmo” pelle e ossa. Non avrei mai creduto che con il calcio avrebbe sfondato. lo stavo in disparte, ma chi lo vedeva giocare diceva che fosse bravo».
Proprio così, Denis, biondo e magrolino, in campo è un gigante e si fa notare. Passa poco tempo che un giorno a casa Bergamini si presenta Rino Mazzi, tecnico della vicina Argentana. Vuole parlare con Domizio: «Tuo figlio lo vuole il Bologna».
«Ricordo che traballai. Denis era poco più che un bambino. Non me la sono sentita. Gli dissi: “Papà non ha piacere che tu vada”. E lui fu contento. Era attaccato alla famiglia, alla sorella. Un distacco in quel momento sembrava prematuro».
Sfumato il grande salto, rimane l’abilità di Bergamini col pallone, tanto che si trova a giocare con i più grandi. Anche se non ha l’età: «Falsificarono il cartellino», riprende Domizio, «io non sapevo nulla, me lo hanno detto a cose fatte».
Denis calamita le attenzioni. Per quel modo di stare in campo, per la sua generosità, per il grande cuore. Il pubblico è dalla sua parte, ne avverte la presenza. Lo soprannominarono Cavallino, a qualcuno ricordava Tardelli. Poi una volta successe che segnò anche un goal, addirittura in Svizzera, con la maglia dell’Argentana: «Questa è una storia da raccontare», sorride dolcemente la sorella, «perché quel testone mica voleva andarci. Avrà avuto dodici o tredici anni. Finito il campionato, l’Argentana lo vuole per un torneo giovanile che si disputerà, per l’appunto, in Svizzera. Mi ci volle tutta la notte per convincerlo. Era attaccato alla casa».
«Credo che abbia inciso anche il mio lavoro», interviene Domizio. «Partivo alle quattro di mattina e tornavo alle undici di sera. Ai figli questo pesava. Denis voleva sempre il bacino prima che io partissi. Se non glielo davo, piangeva».
L’intervento notturno della sorellona si rivela però decisivo. Denis va e torna vincitore. Microfono ancora a Donata: «Riuscì a segnare un goal. Era gasatissimo, ma lo sarebbe stato ancora di più l’anno dopo, quando con la maglia della prima squadra dell’Argentata fece un goal di testa: una cosa incredibile».
Tutto sembra procedere nella giusta direzione. Denis è sempre più protagonista. È serio, responsabile. Fa anche delle cose strane, tipo torturarsi i piedi per giocare con le scarpe più strette: «Diceva che così sentiva meglio il pallone», spiega con orrore Donata. Ma per Denis, lei ha una venerazione. Anche perché è un “cazzaro”: fa il “vu’ cumprà” in spiaggia, si specializza nel lancio dei gavettoni, ha lo scherzo in canna. Una simpatica canaglia, ma pure il grimaldello per neutralizzare il catenaccio che papà Domizio le ha cucito addosso.
«Non avevo libertà», sorride Donata, mentre rivolge uno sguardo affettuoso al babbo. «Uscivo solo perché c’era mio fratello. Ed è stato grazie a Denis che ho conosciuto il mio futuro marito».
Domizio sorride ed annuisce. Gli occhi brillano, anche perché, in questo turbinio di immagini datate, riaffiora nella mente il ricordo di una notizia che sembrò, in quel momento, azzerare ogni speranza per la carriera di Denis: «Mi dissero che aveva problemi al cuore. Rimasi senza parole, non mi sembrava possibile».
Sono momenti di paura e incertezza. Ma l’arcobaleno della speranza non tarda ad apparire. Risolse tutto il professor Lincei di Imola, uno che curava i ciclisti. Gli disse: «Hai i battiti del cuore come Mercks».
Il vero problema era la mancanza di ferro. Fialette e bistecche. Denis cresce, irrobustisce il fisico, ma il grande salto non arriva: «Ma andava bene anche così. Per Denis giocare con l’Argentana era già abbastanza. Ad ogni modo, se fossi stato un po’ più presente, qualcosa si sarebbe smosso anche prima».
Smozzica la frase Domizio, urge approfondimento: «Niente, una volta Denis insieme ad altri ragazzini fece un provino per la Juve. Mai saputo nulla. Molti anni dopo, salta fuori che Denis avrebbe dovuto fare un altro test, ma che a quella seconda prova il dirigente incaricato portò suo figlio».
Nel 1982, finalmente, la ruota inizia a girare per il verso giusto e per Denis arriva prima l’Imolese, quindi il Russi, campionato Interregionale. Passano tre anni ed ecco la vera svolta: «Stava giocando contro il Lugo ed a vedere la partita c’era il Direttore Sportivo del Cosenza Roberto Ranzani, che è di queste parti. In verità, era lì per osservare un altro giocatore, ma rimase colpito da Denis. E lo prese. Da lì è partito tutto».
Domizio fa fatica a nascondere la sua avversione per quel trasferimento in una terra così lontana: «Non ero contento. Il Cosenza faceva la C1, c’era un nostro paesano che giocava là, un certo Simeoni. Io suggerii a Denis di prendere un procuratore, ma lui non volle. Allora mi rivolsi al suo vecchio maestro di scuola perché ci assistesse al momento del contratto. A Ranzani dissi: “Questo me lo tieni al massimo due anni”. Il contratto, poi, arrivò per posta. Era un biennale con l’opzione per il terzo anno».
Atmosfera particolare in casa Bergamini. Denis è contento, mentre Domizio è combattuto, ma per amore di padre non ostacola il percorso del figlio: «Vedevo Denis soddisfatto e per me andava bene così. Fu subito titolare, legò alla grande coi tifosi, gli allenatori gli volevano bene. Al terzo anno, poi, la Serie B. Di Marzio, il mister della promozione, recentemente lo ha paragonato a Nedved, per la dedizione alla squadra e lo spirito di sacrificio».
«Denis era così», aggiunge Donata, «uno generoso, umile ed attaccato alla terra. Quando tornava, si metteva sul trattore ed andava per campi ad arare. E quando si doveva muovere, prendeva la bicicletta e pedalava».
Poche parole e molti fatti. Ed anche tanti interessi di mercato intorno al biondino, che nell’estate del 1989 diventa uno dei pezzi più pregiati: «Il Parma lo voleva a tutti i costi», ricorda fiero Domizio, «si era mosso persino Scala, che aveva garantito a Denis una maglia da titolare. C’era anche la Fiorentina con Bruno Giorgi, che aveva avuto Denis l’anno prima al Cosenza. Si telefonarono, Denis aveva paura di dover fare panchina, e Giorgi gli diceva: “Con me giochi dietro a Baggio”. Che cara persona Giorgi: quando Denis morì, mi chiamò e pianse al telefono: “Se fosse venuto a Firenze, a quest’ora sarebbe ancora qui”».
Un tourbillon di parole e di tentati accordi, ma intanto parte la controffensiva del Cosenza. Un giorno chiamò Luigi Simoni: «Risposi io, pensando che fosse il suo vecchio compagno di squadra. Era, invece, il nuovo tecnico del Cosenza».
Simoni cerca di convincere il ragazzo a rimanere, ma nulla. Poi interviene Ranzani e Bergamini cede: «Denis si sentiva debitore nei confronti di Ranzani, dei tifosi ed anche del Cosenza. L’anno prima aveva subito un grave infortunio e la società gli aveva messo a disposizione una macchina per favorire la guarigione».
Ancora Calabria, dunque, nel futuro immediato di Denis. Con ingaggio triplicato. Bergamini ha ventisette anni, titolare indiscusso del Cosenza con cui l’anno prima ha sfiorato la promozione in A, sfuggita per la classifica avulsa. Le attese per la stagione 1989/90 sono molte, ma l’inizio di campionato è in salita: «Andai a vederlo contro il Monza», riannoda i fili della memoria Domizio, «il 12 novembre 1989. Fu l’ultima sua partita. In tribuna c’era Trapattoni che, mi fu riferito, rimase colpito da Denis. Ma la gara non mi era piaciuta. L impressione è che non tutti si impegnassero. Mi dissi: non ci vado più. Ne parlai anche con mio figlio. E lui: “Tranquillo, babbo, tanto il prossimo anno vengo via”. Dentro di sé Denis aveva maturato la decisione».
Ma purtroppo il destino gli avrebbe riservato tutt’altra storia. Lunedì 13 novembre. Denis si ferma a Boccalone, dopo aver trascorso la notte precedente a Milano: «Era solito che accadesse», afferma Donata.
Il lunedì, quando le distanze lo potevano consentire, passava da casa. In più c’era un altro motivo: «Mia figlia Alice, che all’epoca aveva cinque anni, aveva appena fatto il compleanno e Denis le aveva promesso un regalo». Sorride Donata. «Rido perché l’anno prima mio fratello aveva affittato un carrello, ci aveva messo sopra la cucina della Barbie ed era partito da Cosenza. “Sei proprio matto, guarda che quella cosa la potevi comprare pure qua” gli dissi. Comunque Alice fu felicissima, tanto che si aspettava per questo compleanno un altro giocattolo».
Ed invece lo zio le regala un bel paio di Timberland: «Non ti dico i pianti di mia figlia e le nostre risate. Denis allora, con Alice per mano, andò a cambiare le scarpe con un maglione rosa ed un paio di pantaloncini bordeaux».
Il clima è sereno. Specie quando si è intorno alla tavola imbandita. Tutti a cena. All’improvviso, però, squilla il telefono. Va Denis. La conversazione dura pochissimo. È Domizio che ricostruisce quegli attimi: «Quando è tornato a sedersi, ha iniziato a sudare. Gli uscivano le goccioline dalla fronte. Il viso era diventato rosso, quasi viola. Nessuno di noi l’aveva mai visto così. Allora gli dico: “Denis, hai caldo? Togliti il maglione”. E lui: “No, sono altre cose”. Ho cercato di capire cosa potessero avergli detto al telefono, ma lui rimase in silenzio».
«Allora ci ho provato io», riprende Donata. «Più tardi siamo andati a casa mia. Era già successo che con me si fosse aperto, senza la presenza del babbo. Lo conoscevo bene, non era il caso di insistere e lasciai perdere, sperando di poterlo risentire per telefono nei giorni successivi».
La famiglia Bergamini è scossa. Domizio fa un ultimo tentativo il martedì: «Denis aveva appuntamento con il suo compagno di squadra Massimo Storgato, ad Imola, per scendere giù a Cosenza. Lo accompagnai e lo stuzzicai sulla partita col Monza. Niente. L’unica cosa che mi disse fu ancora una volta che quella sarebbe stata l’ultima annata in Calabria. E da lì non l’ho più né visto, né sentito».
«Lo chiamai il mercoledì mattina», incalza Donata, «ma lui era già uscito. Di solito richiamava, quella volta non l’ha fatto».
Il respiro di Donata si fa affannoso: «C’è una cosa che mi rode dentro da allora. È una cosa personale, un senso di colpa che mi attanaglia. Un anno e mezzo prima del 18 novembre 1989, Denis mi aveva fatto una confidenza che riguardava la sua sfera privata. Però mi disse: “Non dirlo a papà”. Io la cosa a mio padre la dissi. Papà, allora, chiamò subito mio fratello e si arrabbiò parecchio con lui. Denis se la legò al dito: “D’ora in avanti non ti dirò più niente”. Ecco, queste parole mi sono rimbalzate durante tutto il viaggio che facemmo la notte del 18 novembre per raggiungere Cosenza. Se non fosse accaduto, magari Denis mi avrebbe raccontato della telefonata».
I dubbi, in quel viaggio tra l’Emilia e la Calabria, sono ancora tantissimi. L’unico che sa qualcosa in più è Guido, il marito di Donata: «Gli tirammo fuori le parole con le pinze e credevamo poco a cosa ci stava raccontando mio marito. Papà insisteva sull’impossibilità che Denis avesse lasciato il ritiro. Poi spuntò fuori il nome di Isabella Internò, l’ex fidanzata di Denis con cui da mesi non stava più insieme, quindi il fatto che l’incidente fosse avvenuto a cento chilometri da Cosenza, la sera tardi. Non tornava nulla».
L’arrivo in Calabria nella notte, il tempo di un respiro e via dritti verso la stazione dei carabinieri di Roseto Capo Spulico, luogo del presunto incidente: «Volevamo parlare con il maresciallo che aveva effettuato le prime operazioni», ricorda Donata. «Ci dissero che dovevamo aspettare, che si stava facendo la barba e che avrebbe parlato solo con mio padre. Ci siamo arrabbiati, ma non c’è stato nulla da fare».
Il maresciallo Barbuscio, rasato a puntino, riceve Domizio: «Esordì dicendo: “Cosa ha fatto suo figlio?”. Poi mi raccontò una storia assurda, quella del suicidio. Mi disse che Denis aveva abbandonato il ritiro; che intorno alle 17:30 lo aveva fermato a un posto di blocco. Aggiunse che Denis aveva parcheggiato la Maserati su una piazzola sulla statale 106 Jonica; che era con quella ragazza con cui non stava più insieme da tempo; che voleva scappare; che voleva andare a Taranto per imbarcarsi per la Grecia; che aveva fatto l’autostop, ma nessuno si era fermato; che aveva detto alla donna: “Ti lascio il mio cuore, ma non il mio corpo” e che, intorno alle 19:30, quando ormai era buio, si era buttato sotto un camion per ammazzarsi. E che tutte queste cose gliele aveva dette quella ragazza».
Domizio sente il sangue ribollire: «Ma cosa pensava quel maresciallo, che potessi credere a quelle fandonie?».
«La frase a effetto del corpo e del cuore», interviene Donata «non appartiene a Denis, non è sua».
Ad un certo punto, prima di uscire dalla stanza, il maresciallo consegna a Domizio una busta gialla. Dentro ci sono i documenti di Denis, 500.000 Lire, un assegno di 9 milioni non cambiabile, la catenina e l’orologio che portava al polso il giorno prima: «Era intatto», dice ancora oggi sbalordito Domizio. «Non c’era neanche un graffio. E funzionava. Ma come: uno viene investito da un camion di 130 quintali (che poi ripassa anche a marcia indietro sul corpo, secondo la versione ufficiale) e l’orologio non si rompe?»
Domizio esce dalla stanza del maresciallo. È livido in volto: «Nella busta gialla c’è anche il verbale di consegna degli effetti di Denis. Manca l’orologio e lo faccio presente al maresciallo. Il quale mi dice: “E che vuole? È una cosa in più”».
Il clima si fa rovente. Domizio vuole vedere il luogo dell’incidente, ma il maresciallo non intende accompagnarlo: «Allora io perdo le staffe», adesso è Donata a parlare «ed alla fine il maresciallo acconsente. Ma le sorprese non finiscono. Mentre usciamo dalla caserma, vediamo il Maserati bianco parcheggiato nel garage. È pulitissimo, nessun segno di fango, niente. Come nuovo. Eppure il giorno prima ha piovuto, le strade sono ancora sporche».
Non quadra nulla. E sarà peggio con il passare dei minuti. Riprende il racconto Domizio: «Veniamo condotti fino alla famosa piazzola. È un’area vastissima, enorme. Coperta di fango. La strada è lontana. Chiediamo al maresciallo di indicarci il punto esatto dell’impatto e lui farfuglia qualcosa. Gli facciamo delle domande e non risponde. Mio genero va sull’asfalto. Non ci sono segni di frenata. Si sposta, percorre alcuni tratti a piedi, ma nulla. Eppure ci hanno detto che il corpo è stato trascinato per oltre sessanta metri».
La rabbia prende il posto dell’angoscia e del dolore: «Solo in un secondo momento ci siamo resi conto che il maresciallo ci aveva fatti fermare molti metri prima rispetto al luogo del presunto impatto. Ce ne accorgemmo guardando un servizio al “Processo del Lunedì”».
Il mistero si infittisce. Gli interrogativi rimangono senza risposta. Peggio che mai quando i familiari di Denis si recano all’obitorio, a Trebisacce: «All’inizio ci ostacolarono», ricorda Donata. «Chiedemmo di avere i suoi vestiti, ma ci dissero che li avevano già distrutti. Poi riuscimmo a vedere il volto di Denis. Era intatto. Il medico legale che fece poi l’autopsia, certificò che era presente una ferita sulla parte destra del corpo. Ma Denis venne trovato a pancia in giù, per cui le ferite avrebbero dovuto essere sul lato opposto. Ma c’è di più: nella perizia, si dice che la persona era supina quando fu investita e non in piedi come dichiarato dall’autista del camion».
Si ferma per un attimo, Donata. Prende una foto e la mostra: «Questo è un ingrandimento, a colori, dell’unica fotografia che ci fu fatta vedere in quei momenti: una polaroid in bianco e nero, grande come una figurina dalla quale si poteva solo intuire qualcosa».
L’immagine è un cazzotto nello stomaco. Ma è chiara. Così come è lampante un altro aspetto: le scarpe di camoscio ai piedi di Denis sono integre e le suole pulite. Donata si alza un’altra volta: «Eccole qui le scarpe. Ce le ha fatte avere un collaboratore del Cosenza nel marzo 1990, in segreto. Sembrano quelle di una persona che ha camminato nel fango e che poi è stata investita e trascinata per sessanta metri?»
Denis lo hanno ammazzato. Domizio lo ha detto fin dal primo momento. La storia del suicidio non poteva reggere. Ma anche la versione ufficiale dell’incidente stradale non ha mai convinto. Ha iniziato subito la sua battaglia per la verità: «Sono andato avanti io. Ho tenuto fuori mia moglie e Donata. Sono tornato diverse volte su quella piazzola ed a Cosenza. E tutte le volte, c’era qualcuno che mi seguiva. Ho partecipato a tutte le udienze, mi sono battuto per difendere Denis dalle accuse più ingiuste. La stampa ha iniziato ad avanzare ipotesi sul calcio scommesse. Ma Denis non vendeva le partite. Qualcuno ha avuto da ridire su quel Maserati. Prima di Denis, era appartenuto a un malavitoso, tifoso del Cosenza, che lo ha venduto a mio figlio praticamente nuovo, dopo neanche mille chilometri, tutto qui. io ho la convinzione che il calcio nella morte di Denis c’entri poco o nulla. I motivi sono da ricercare altrove, nella sfera dei rapporti privati».
È un fiume in piena, Domizio: «Sono troppe le cose che non vanno. Intanto se uno vuole veramente scappare all’estero, non gli bastano 500.000 Lire. Per non parlare della Maserati. Per i Carabinieri si trovava contemporaneamente in due posti diversi. Senza contare le versioni della ragazza e del camionista: una buffonata. E poi, anche la storia che lui abbia abbandonato il ritiro di sua spontanea volontà non convince. I compagni dicono che, una volta entrati al Cinema Garden, non appena spente le luci, Denis si sia alzato e sia uscito. Non si sa se da solo od in compagnia di altre persone. È una cosa che mi fa rabbia. Non è da lui. Oltretutto quella mattina era uscita un’intervista sui giornali in cui mostrava tutta la sua grinta e la carica in vista del derby con il Messina, la partita del giorno dopo. No, non è andata come hanno voluto far credere».
Si ferma un attimo, Domizio: «Ho lottato per vent’anni. La giustizia ha fatto il suo corso, arrivando a stabilire una verità inaccettabile, quella del suicidio. Ci siamo sentiti soli e male assistiti. Dal calcio ho avuto pochissimo sostegno. Il Cosenza dopo pochi giorni dalla morte di Denis andò in silenzio stampa. E ci è rimasto finora. Non ci credevo più e, lo dico con amarezza, avevo riposto le armi». 
Invece qualcosa si smuove. Grazie al libro inchiesta di Carlo Petrini ed alla rete, ai social network. Microfono a Donata: «Due anni fa mio figlio Denis mi mette al corrente che su Facebook c’è un gruppo che si chiama “Verità per Donato Bergamini”, fondato da Alessandro Piersigilli, un ragazzo di Terni. Volevo lasciar perdere, ma lui insiste».
È stata la svolta. Donata, che fino ad allora era stata tenuta al riparo da Domizio, prende il testimone dal babbo e prosegue la battaglia: «Ho scoperto che non ero sola. Ho trovato affetto e solidarietà nei tifosi del Cosenza, per i quali Denis era un idolo e coi quali Denis volentieri si confondeva la domenica se non poteva giocare. Con il gruppo di Facebook sono state organizzate iniziative per ricordare Denis e per lanciare il nostro grido di giustizia».
Un grido che finalmente è stato raccolto. Nel giugno scorso, la procura di Castrovillari ha riaperto le indagini. L’ipotesi di reato, adesso, è di omicidio volontario a carico di ignoti: «Gran parte del merito va al nostro avvocato Eugenio Gallerani, che ha saputo rimettere insieme i pezzi e riscrivere la storia delle ultime giornate di Denis». Anche grazie a nuovi elementi e testimonianze. «È venuto fuori che il primo pomeriggio del 18 novembre Denis era rimasto molto turbato da una telefonata ricevuta in camera, così come è emerso che il giovedì sera, due giorni prima della morte, avesse lasciato un messaggio alla vera fidanzata, in cui manifestava timori e paure. Senza dimenticare la rilettura degli indizi già noti».
Riprende fiato Donata, gli occhi rivolti verso il babbo: «La riapertura dell’inchiesta significa vedere riabilitata la figura di mio fratello. Una rivalutazione che vale anche per la nostra famiglia. Non sarà facile arrivare alla verità, sono passati ventidue anni, ma noi riponiamo grande fiducia nei giudici e negli inquirenti che si stanno occupando adesso del caso».
Verità e giustizia. Giustizia e verità per un ragazzo di ventisette anni strappato ad una vita che amava: «Nel cassetto del comodino di mio fratello», confida Donata, «sono stati trovati i biglietti per gli auguri di Natale. Li aveva comprati, pronti per essere spediti. Denis stava guardando al futuro. Caspita, mi manca tutto di lui».
«Io da quella sera non sono più stato capace di andare al bar», chiude Domizio con gli occhi lucidi.


http://blog.guerinsportivo.it./

1 commento:

Carlo Giardino ha detto...

DENIS VIVE CON NOI!!!! U*CS'78
TUTTI INSIEME PER LA VERITA'!!

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venerdì 31 agosto 2007

A.A.A. LAVAVETRI CERCASI




Il nostro cocco bill allineato al governo, anzi ne ha anticipato le mosse
peccato che non abbiamo lavavetri, dovremmo importarli!
Questo povero paese afflitto da chi scarabocchia muri ed elemosina! Pubblicato da maramao a 02:00 Nessun commento: Etichette: cocco bill, lavavetri, pasolini, ventimiglia n'drangheta

venerdì 24 agosto 2007

RAPPORTO CARRER

La città di Ventimiglia

La realtà socio-economico

criminologica
Rapporto di ricerca
Francesco Carrer
2006

Indice
i . La metodologia della ricerca p. 3
2. La realtà storico-urbanistica p. li
3. I dati demografici p. 25
4. La realtà socio-economica p. 28
5. La realtà criminologia p. 70
6. Le forze dipolizia p. 112
Conclusioni p. 124
Bibliografia p. 135

2

i . La metodologia della ricerca
Per quanto riguarda lo studio della criminalità nel suo insieme, un aspetto oggi particolarmente significativo è rappresentato dalla divergenza esistente fra la criminalità ufficiale, la criminalità reale, la criminalità percepita e il senso di insicurezza vissuto dai cittadini.
A questo riguardo, si può citare quanto molto opportunamente ricordato nel Rapporto del Ministero dell’Interno su “Lo stato della sicurezza in Italia” del 2003 a introduzione della presentazione dei dati sulla criminalità ufficiale.
La “criminalità ufficiale” è quella cui è opportuno fare riferimento in prima battuta, in quanto è quella che si riferisce ai dati ufficiali, ricavabili dalle denunce dci cittadini e da quanto operato autonomamente dalle forze di polizia e dalla magistratura. Pur con i loro limiti, questi dati rappresentano 11 punto di partenza per qualsiasi altra ricerca e considerazione. I dati della criminalità ufficiale risentono dei limiti del fenomeno del cosiddetto “numero oscuro” dei reati, cioè dell’insieme di reati che, per diversi motivi, non arriva a conoscenza delle agenzie deputate alla raccolta delle scgnalazioni dei reati stessi. Il “numero oscuro” varia a seconda della gravità dei reati e, nel tempo, in base al diverso atteggiamento dei cittadini ed alla loro propensione a sporgere denuncia degli episodi delittuosi di cui sono stati vittime o sono venuti a conoscenza.
La “criminalità reale”, da parte sua, è rappresentata dal numero effettivo dei reati commessi. Si tratta di un dato non conoscibile nella sua globalità, considerando che, per diversi motivi, non è possibile registrare il numero esatto di tutti i reati commessi. E peraltro possibile avvicinarsi alla conoscenza dell’insieme della criminalità reale impiegando particolari tecniche di misurazione, complesse e costose, quali le ricerche di vittimizzazione e di auto-denuncia. Si tratta di rilevamenti che, utilizzando metodologie che tutelano l’anonimato di chi risponde, raccolgono dati sui reati subiti o commessi dalle persone del campione considerato.
La “criminalità percepita”, infine, è un dato soggettivo, che varia per ciascuno di noi, e rappresenta la quantità di reati che ogni persona ritiene vengano commessi in una specifica realtà. Si tratta di un dato che, spesso, risente di una sovrapercezione, collegata alle caratteristiche soggettive di ognuno ed a quelle, oggettive, che caratterizzano il suo ambiente di vita. La “criminalità percepita” è quella che maggiormente interferisce nella costruzione, individuale e collettiva, della nostra percezione dell’insicurezza e che concorre a delineare l’insieme dcl fenomeno del cosiddetto “allarme sociale”. Un allarme sociale che talora concorre a costruire in maniera deviata l’informazione e la consapevolezza dei cittadini rispetto alla gravità dei reati cd alla corretta priorità degli interventi.

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Il senso di insicurezza, infine, si costruisce quotidianamente in ogni essere umano per l’intcrrelazione di parametri - individuali e collettivi, oggettivi e soggettivi, ambientali, psicologici, sociali, relazionali, culturali - correlati alla qualità della vita e alla vivibilità delle realtà urbane, fra i quali la criminalità è certo importante, ma non esaustiva.
A proposito del “numero oscuro” dei reati, si può rilevare che, nell’indagine Istat sulla sicurezza dci cittadini, effettuata in Italia nel 1997 - 1998, è stato rilevato che solo il 36% dei reati segnalati come subiti dai cittadini del campione è stato denunciato alle forze di polizia. Ci sono differenze molto significative a seconda del tipo di reato; i reati più denunciati sono quelli che riguardano i furti di veicoli (dal 90 % delle auto al 77 % delle moto), seguiti dal 69 % dei furti in abitazione, dal 56 % degli scippi, dal 54 % delle rapine e dal 52 % dei borseggi per arrivare all’i % della tentata violenza sessuale. La variazione del “numero oscuro” dello stesso reato dipende anche dalla “politica” messa in atto dalle forze di polizia nelle diverse epoche storiche. E evidente ad esempio che, se si desidera abbassare la percentuale dei borseggi, è sufficiente convincere le vittime che si presentano a sporgere denuncia che - non potendo indicare con precisione come e quanto sono state borseggiate - si tratta “più banalmente” dello “smarrimento” di oggetti che erano nella borsa, e quindi non esiste reato, abbassando così la percentuale dei reati insoluti.
In una recente polemica sulla realtà dei dati criminologici disponibili per serie analisi scientifiche sorta in Francia (Liberation, 28 aprile 2006), si fa riferimento a “cifre sparse e contraddittorie, ad analisi disperse, parcellari, contraddittorie e poco pragmatiche, ed alla difficoltà di disporre di dati affidabili cd interprctabili”.
I dati della ‘criminalità ufficiale”, inoltre, risentono notoriamente del diverso impegno delle forze di polizia nel perseguire un dato reato, delle diverse modalità di registrazione dei dati stessi e degli eventuali cambiamenti legislativi intercorsi nei periodi di tempo considerati.
Ancora a proposito dell’accesso ai dati, come ricordava Philippe Robert (Liberation, 28 aprile 2006), “i dati sono difficilmente accessibili e ottimamente protetti contro le curiosità dei ricercatori”.
A proposito del senso di insicurezza, soprattutto per quanto si può riferire all’eventuale presenza di forme di criminalità organizzata, è noto che, soprattutto nelle realtà dove queste sono “più evolute”, esse vengono percepite come particolarmente negative e problematiche solo dagli esperti e dai cittadini più attenti e consapevoli. È giocoforza, purtroppo, che gli aspetti relativi alla microcriminalità, che certo incide in maniera più significativa sulla sicurezza “spicciola” dei cittadini e sulla loro vita quotidiana, siano vissuti dalla gran parte delle persone con maggiore preoccupazione rispetto alle espressioni più specifiche dell’attività di criminalità organizzata, da considerare ben più gravi nell’economia globale del Paese.

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Come ho ricordato,”se, da una parte, fenomeni qualitativamente negativi generalizzabili quali la globalizzazione dei mercati, l’inquinamento, il rischio nucleare, l’instabilità del posto di lavoro contribuiscono ad aumentare l’inquietudine della maggior parte di noi e ad aggravare la percezione di fenomeni negativi legati alla nostra quotidianità, bisogna riconoscere che altri reati, oggettivamente ben più gravi di questi ultimi, quali corruzione, white collar crirnes e grande criminalità organizzata generano, alla gran parte dci cittadini, sentimenti di paura e di inquietudine in misura molto minore. A questo proposito, l’allontanamento di una prostituta o l’arresto di un piccolo spacciatore o di uno scippatore, per quanto temporanei, sono apprezzati dalla maggior parte delle persone molto più della cattura di un importante mafioso, della scoperta di una filiera di riciclaggio di denaro sporco o di un traffico internazionale di armi o di rifiuti tossici”.
Anche la stessa essenza o meno di un determinato fenomeno criminale specifico consente - in assenza di altre informazioni che possano indirizzarne l’interpretazione in una direzione piuttosto che in un’altra - la possibilità di interpretazioni del tutto dicotomiche. La presenza di spacciatori, ad esempio, è certo indicativa dell’esistenza di un certo mercato di sostanze stupefacenti, e quella di prostitute, magari con alcove segnalate da lurninarie colorate, indica l’esistenza di una specifico traffico economico-sessuale. Analogamente, il susseguirsi di scippi in una data zona è indicativo della presenza di individui o bande dedite a quest’attività delinquenziale e gli incendi frequenti di autoveicoli o di esercizi commerciali può ben essere indicativo della presenza di forme di racket estorsivi.
D’altra parte, l’assenza di una loro visibilità non ci permette di escluderne consequenzialmente l’esistenza. In molti casi, i fenomeni sopraccitati possono esistere in forme poco visibili, quali le case di appuntamento discretamente inserite in quartieri “bene” di una realtà urbana e alimentate da casalinghe annoiate e da studentesse prive di altre borse di studio, le sostanze stupefacenti possono essere consegnate a domicilio da discreti corrieri e il pagamento del “pizzo” può essere accettato come un male minore da industriali e commercianti, fra un’Ici alzata e abbassata in funzione elettorale e una tassa sui rifiuti trasformata nel pagamento di un servizio.
È noto, ad esempio, che dal punto di vista della “microcriminalità”, la città di Palermo può essere considerata fra le più sicure d’Italia, proprio perché un ferreo controllo del territorio da parte dell’antistato contribuisce a tenerla lontana dalla città in funzione mediatica di costruzione di una propria immagine positiva. In maniera più generale, un fenomeno criminale può non apparire perché non esiste oppure perché viene tenuto nascosto per evitare controlli più pressanti e ulteriori presenze delle istituzioni dello Stato.
Analogamente, la presenza palese di taluni reati e l’esistenza di organizzate campagne moralizzatrici o finalizzate al ripristino di un particolare ordine, possono ben fungere da “falso scopo” per nascondere reati più gravi ed interessi illeciti più o meno reconditi. In questo caso, da un lato, si offrono a cittadini facili obiettivi alle loro giuste proteste, dall’altro si tende a saturare le istituzioni con interventi

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defatiganti e irrinunciabili. Infine, si può utilizzare una data situazione socio- ambientale per meglio strutturare le proprie attività illecite.
Visto che si parla di fenomeni socio-criminali, non si può sottovalutare neppure il fatto che è molto difficile pensare che legami parentali e inveterate abitudini delinquenziali possano venire a cessare con un semplice trasloco di alcune centinaia di chilometri. Analogamente, bisogna considerare la possibilità del “pendolarismo criminale”, messo in atto da persone che si spostano per mettere in atto i propri comportamenti criminali e conservano un’apparenza di legalità laddove risiedono. Infine, può essere facile o quanto meno attraente, per chi risiede in una determinata zona, utilizzare l’esistenza di provenienze geografiche, parentele, legami affettivi. convivenze e sodalizi vari per costruire ipotesi esplicative. Ma le più affascinanti, o banali, ipotesi di lavoro - come d’altra parte accade per le ipotesi investigativc - restano tali in assenza di concrete prove provate.
La rapidità delle operazioni finanziarie, la possibilità di disporre di prestanomi di ogni sorta, l’estensione della rete, sempre più virtuale, del sistema finanziario, impedisce - in assenza di specifici strumenti e poteri investigativi - di arrivare agli eventuali centri di potere economico. In particolare, nel caso di Ventimiglia, la vicinanza con le realtà economico-finanziarie di oltre frontiera e la stessa presenza fisica di connazionali, corregionali, sodali e familiari può facilitare, se necessario, lo spostamento di capitali e l’effettuazione di qualsiasi tipo di operazioni, che sfuggono ad ogni ragionevole controllo di tipo scientifico.
Anche per questo motivo, il numero di sportelli bancari non può essere preso ad unita di misura di una determinata situazione Fra l’altro, come ricorda Dalla Pellegrina, la presenza di un maggior numero di sportelli bancari, “sebbene tenda a ridurre la propensione al credito usurario, è debolmente significativo”. Inoltre, per quanto riguarda il nostro caso specifico, come è stato ricordato da un tecnico del settore, ‘dato il tzpo di economia, ci sono molti sportelli, alcuni storici, e, forse sovradimensionati, altri minimi, ma tenuti aperti per onor di bandiera”.
Anche per quanto si riferisce ai dati di carattere economico e finanziario, collega- bili con possibili fenomeni criminali, è necessario sottolineare che i parametri di riferimento, come si può rilevare anche da opinioni più avanti riportate, non garantiscono la possibilità di una lettura consequcnziale e non possono aiutare alla definizione certa di fenomeni delinquenziali. Ciò anche in considerazione non solo della (quasi sempre comprensibile) riservatezza delle istituzioni preposte, ma anche delle disposizioni esistenti e dell’estrema libertà di carattere operativo concessa ad ogni cittadino ed operatore commerciale. Il solo fatto che - senza volcr pensare alla vicina Francia o ai solo geograficamente più lontani “paradisi fiscali”
- ogni cittadino italiano sia in grado, del tutto liberamente e lecitamente, di effettuare qualsiasi operazione bancaria - prelievi, versamenti, accensioni di mutui o altri crediti eccetera - presso qualsiasi istituto bancario della Repubblica, rende operativamente inutile qualsiasi analisi, riducendola a mero esercizio statistico. Quest’inutilità è confermata dalla possibilità, molto praticata dalla criminalità organizzata, di utilizzare figure ‘pulite” con funzione di prestanomi.
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Analogamente, basti pensare che la scelta del commercialista può spostare nel suo ufficio la sede di ogni attività economica e può contribuire a complicame la storia e le attività. Le stesse visure camerali non consentono, di fatto, l’analisi delle effettive proprietà e gli eventuali passaggi avvenuti.
In un Paese con uno Stato ‘in attacco” anche contro il malaffarc e l’evasione fiscale, dovrebbe essere possibile, alle forze di polizia specificamente interessate, un controllo anche su tutti questi aspetti (anagrafe tributaria, indagini patrimoniali, analisi del tenore di vita eccetera) fondamentali per inquadrare l’attività fiscale di ogni contribuente o presunto tale.
Come opportunamente evidenziato da Catanzaro e Trentini, “non sembra esserci nemmeno una relazione fra livello di sviluppo economico di una realtà e diffusione della criminalità economica. Ad esempio, i reati di stampo economico sono particolarmente diffusi sia in una regione dall’elevato dinamismo come la Lombardia , sia in Campania. La mancanza di tendenze univoche è confermata dalle informazioni contraddittorie che emergono a seconda che si consideri l’indice assoluto di criminalità economica o quello relativo nelle due diverse forme (inclusi o esclusi i furti): in ogni contesto, sembrano affermarsi peculiari modelli di sviluppo locale anche per quanto riguarda il rapporto fra economia e illegalità. Altra questione aperta è in che misura la diffusione di reati economici sia collegata alla presenza di criminalità organizzata. Infatti, alloro interno rientrano reati diversi, che vanno dalle truffe alla ricettazionc, all’evasione fiscale, all’omesso versamento di ritenute previdenziali, all’emissione di assegni a vuoto. Soprattutto gli ultimi tre possono essere considerati degli indicatori della qualità dell’ambiente in termini di propensione alla legalità, più che la diretta espressione della presenza di criminalità organizzata che esercita attività illecite”. Analogamente, si può ricordare che la Lombardia e la Campania sono le regioni dove risulta più consistente la presenza di intermediari finanziari.
Gli stessi autori evidenziano le difficoltà a loro volta incontrate in occasione di un’analisi simile a questa, anche se agevolata dalla maggiore ampiezza dell’ambito esaminato. “L’oggetto del nostro studio non si presta ad essere esplorato agevolmente attraverso la ricerca empirica. L’intreccio fra economia legale e illegale e il ruolo svolto dalla criminalità organizzata sono, infatti, fenomeni che sfuggono a un’immediata rilevazione e per i quali è necessario ricorre ad indicatori indiretti con tutte le problematiche che questo implica. Lo stesso obiettivo di individuare eventuali anomalie non è privo di criticità. Una prima questione riguarda la definizione stessa di anomalia del funzionamento di un sistema economico. Infatti, essa richiama all’esistenza di regolarità e, per certi aspetti, a una certa staticità, vale a dire due aspetti in contraddizione con l’andamento delle economie reali. Altro punto critico riguarda l’interpretazione delle anomalie eventualmente riscontrate. Come più volte affermato, può essere semplicistico ricondurle solo alla presenza di criminalità organizzata”.

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In terna di sicurezza, controllo dcl territorio e contrasto alla criminalità, bisogna sottolineare anche il fatto che il nostro Paese non è particolarmente all’avanguardia per quanto riguarda la misura e la valutazione obiettiva delle modalità di lavoro delle forze di polizia, mancando ogni criterio e parametro in merito. A questo, si possono aggiungere altri aspetti, ancora prodromici ai precedenti, quale la valutazione degli organici del personale rispetto alle esigenze specifiche. Per ragioni di riservatezza ed opportunità, le polizie militari non comunicano la “forza” delle proprie strutture e reparti. Conseguentemente, il ricercatore - pur trattandosi in molti casi di un “non-segreto”, visto che, soprattutto nelle piccole realtà, tutti sanno chi e quanti siano i militari presenti, con i quali condividono la quotidianità nella realtà stessa - non dispone di dati ufficiali.
Ciò premesso, l’acquisizione dei dati necessari per il raggiungimento degli obiettivi posti da questa ricerca è stata attuata analizzando la realtà con una serie di strumenti tipici delle scienze sociali.
É necessario partire dalla raccolta dei dati ufficiali che é possibile acquisire presso le agenzie ufficiali deputate alla loro gestione: Uffici comunali, Istituto Nazionale di Statistica, Tribunale, Prefettura, Questura, Camera di commercio. A questo proposito, purtroppo, bisogna ricordare che non sempre é possibile trovare informazioni utilizzabili per la nostra analisi, in quanto si tratta in gran parte, se non nella totalità, di dati non disaggregati e non disaggregabili al di sotto della grandezza “provinciale”, e spesso non comparabili in quanto diversamente strutturati anche dalle stesse fonti ufficiali. In certi casi, infine, i dati disponibili, soprattutto se recentemente informatizzati, non sono in grado di coprire periodi di tempo sufficientemente significativi. Infine, ancora a titolo di esempio, visto che si parla ormai della seconda o terza generazione di immigrati, anche il controllo del luogo di nascita anagrafico rispetto ad un’appartenenza culturale perde ogni significativa indicazione.
A proposito dei limiti relativi ai dati ufficiali relativi alla criminalità, ed al conseguente senso di insicurezza da parte dei cittadini correlata alla precedente, è opportuno sottolineare le difficoltà che si incontrano per misurare la prima e l’interrelazione dei numerosi fattori che concorrono a costruire il secondo.
Altri dati vengono raccolti, per quanto possibile, dalla lettura di libri, monografie, tesi di laurea, quotidiani locali.
L’insieme di questi dati, comunque inficiati dalle limitazioni ricordate, è stato integrato da altre informazioni che sono state raccolte da una serie di “interviste” a “testimoni privilegiati”. I “testimoni privilegiati” sono persone che, per la particolare posizione che occupano rispetto all’universo da esplorare o per l’esperienza connessa al ruolo ricoperto, sono in grado di fornire opinioni particolarmente qualificate rispetto alla realtà che si vuole esaminare. Nel nostro caso, sono state individuate una ventina di persone - responsabili delle forze di polizia e dei servizi comunali, magistrati, diplomatici, amministratori locali, religiosi, sindacalisti, di-

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rettori di banca, commercianti e “semplici” cittadini - italiani e francesi, residenti o professionalmente interessati alla realtà di Ventimiglia.
Su un piano pratico, ed ancor prima in linea teorica, anche i risultati forniti da questi incontri si presentano, comunque, limitati, da un lato, dalla posizione ufficiale di molti, che, ovviamente, porterà a fornire risposte formali ed ufficiali, o, se fornite più liberamente, vincolate da una non citabilità dei contenuti e della fonte. E bene ricordare che “gli incontri ufficiali portano sempre risposte ufficiali” che tendono anzitutto a tutelare l’immagine di chi risponde e quella dell’organizzazione che rappresenta.
Qualsiasi “reticenza” o rifiuto di incontro da parte di rappresentanti di istituzioni pubbliche o private, del tutto legittimi sul piano formale, non potrebbero neppure essere interpretate in maniera negativa, in quanto le opportunità di riservatezza e di carattere investigativo bilanciano i cattivi pensieri legati alla volontà di nascondere inattività, incapacità, interessi e complicità proprie o altrui.
Inoltre, anche in considerazione della delicatezza delle tematiche affrontate, non si può dare per scontato, come peraltro accade in qualsiasi rilevazione sociologica o di mercato, che tutte le persone interpellate siano disposte a incontrare il ricercatore, vogliano rispondere a tutte le sue domande o lo facciano in maniera veritiera e completa rispetto alle questioni loro poste. L’elevata non affidabilità, o, se si preferisce la limitata scientificità anche di questi sistemi è stata recentemente dimostrata e posta sotto gli occhi di tutti dalle divergenze fra l’analisi dei risultati dichiarati agli exit poii elettorali ed i risultati definitivi delle stesse scadenze elettorali. Nel nostro caso, la paura per un danno all’immagine della propria realtà o delle proprie capacità professionali, la prudenza e la riservatezza, il proverbiale riserbo delle genti liguri, ammesso che ancora se ne trovino, oltre a sempre possibili connivenze dirette o indirette con gli eventuali comportamenti criminali in oggetto d’analisi, possono portare a risposte comunque parziali o fuorvianti.
In questa occasione, invece, devo dire di aver trovato la più ampia e cordiale disponibilità da parte di tutti i miei interlocutori, che ringrazio ancora di cuore per il loro aiuto e la loro collaborazione.
Anche l’estraneità del ricercatore alla realtà sociale esaminata, se da un lato garantisce una maggiore obiettività d’analisi, dall’altra riduce le possibili facilitazioni di comunicazione legate a situazioni di conoscenza, familiarità e fiducia interpersonale.
A questi dati ne saranno aggiunti alcuni, in tema di sicurezza e qualità della vita, raccolti alcuni anni or sono, in occasione di una ricerca su un gruppo di persone di età superiore a sessant’anni residenti nel comune di Ventimiglia, oltre che in quelli di Imperia e Sanremo. Per la cronaca, si può ricordare che questa rilevazione sulla realtà ventimigliese, dcl tutto casuale e senza alcun legame con l’attuale analisi, faceva parte di una più ampia ricerca che aveva interessato una serie di realtà urbane di diversa dimensione di tutta Italia.

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La totalità delle informazioni che saranno utilizzate per quest’analisi, quindi, saranno ricavate da “fonti aperte”, essendo tutte le altre precluse a questa ricerca.
I risultati che potranno scaturire da questo rapporto di ricerca rappresenteranno uno strumento per il Comune, committente istituzionale dell’iniziativa e impegnato al meglio per la gestione della propria realtà, per quanto di competenza, e potranno essere utilizzati, se ritenuto opportuno, da chi di dovere, a integrazione delle proprie specifiche attività d’istituto.
A questo proposito, credo che un contributo di questo genere rappresenti non solo un importante sforzo di conoscenza da parte di un’amministrazione locale, ma anche un esempio positivo di come sia possibile attivare fattive forme di collaborazione fra diversi enti e amministrazioni dello Stato, locali e centrali, per la ricerca di soluzioni armoniche e coordinate dci problemi di uno specifico territorio, finalizzate ad elevare il livello di vita dei suoi abitanti cd a contrastare tutte le forme di criminalità più o meno organizzata presenti sul territorio.

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2. La realtà storico-urbanistica
Descrivere Ventimiglia attraverso la nozione di confine è una pratica che si può ormai considerare depositata e cristallizzata in questo territorio dell’estremo Ponente ligure.
Tuttavia, per compiere una lettura territoriale di Ventimiglia specificamente rivolta all’assetto contemporaneo, è necessario analizzare le dinamiche interne della figura del confine: non solo Ventimiglia è stata cd è terra di frontiera fra Italia e Francia - e in questo se ne è consolidata la percezione anche di vettore commerciale - ma la sua stessa storia urbanistica ripropone il tema della separazione, della distinzione fra tcrritorialità che mostrano caratteri eterogenei di natura storica, sociale e culturale.
Da un punto di vista regionale Ventimiglia si pone in condizione baricentrica fra Nizza e Imperia, cioè fra due riviere che hanno una consolidata vocazione turistica, rispettivamente la Costa Azzurra e la Riviera dei Fiori.
Il carattere transfrontaliero, che è stato vissuto ed è tuttora percepito come elemento costitutivo, genetico di Ventimiglia, ha dovuto, storicamente, fare i conti con l’individualità di un organismo urbano e territoriale che non è solo un luogo di frontiera, ma che presenta uno specifico profilo paesaggistico e urbanistico fatto di un tratto costiero fondamentale per lo sviluppo dell’insediamento, e di un entroterra che, per esempio, lungo il Roja è uno dei più ampi di tutta la provincia imperiese, estendendosi per una superficie di 54 kmq.
Osservare la geografia interna del Comune, circoscritta nello spazio che si estende tra due elementi naturali come il torrente Nervia a est e il fiume Roja a ovest, significa porsi in confronto con le storie di un insediamento contrassegnato dalla presenza di due nuclei distinti anzitutto in senso geornorfologico: uno superiore dal punto di vista altimetrico, la città alta, sulla riva destra del Roja, e uno inferiore, la città bassa, sulla riva sinistra dello stesso fiume.
Lo sviluppo di due ‘città” all’interno di uno stesso Comune, ossia di due differenti storie, riporta l’attenzione sul concetto di confine, vale a dire sulle dinamiche che, come accennato, ne hanno evidenziato e tuttora ne propongono una declinazione endogena: è perciò determinante l’influenza che il profilo fisico e quello insediativo hanno avuto sullo sviluppo sociale del contesto territoriale di Ventimiglia fino ad oggi.
Oltre alla divisione fra città alta e bassa, che è qui pcculiare, altre dicotomie permettono di descrivere il contesto territoriale: l’opposizione e quindi la disgregazione della dicotomia fra città e campagna, ad esempio, facilitano una lettura della Ventimiglia contemporanea.

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Il ricorso a questo tipo di strumenti retorici oppositivi e alla loro parallela messa in crisi è sintornatico delle difficoltà che incontra oggi chi intraprende una descrizione urbanistica del contemporaneo, ed embiematico della labile corrispondenza che si riscontra attualmente tra le “cose” e le “parole” utilizzate per raccontarle. Come sottolinea Secchi, “ciò che diviene difficile nella descrizione della città e dcl territorio, ciò che solleva i maggiori problemi pratici e teorici è lo studio delle relazioni tra gli aspetti fisici della città e del territorio, tra il mondo degli oggetti e i piani di vita dei soggetti che li utilizzano e abitano”.
Anche in base alle osservazioni contenute nella “Descrizione fondativa del Piano Urbanistico Comunale di Ventimiglia”, ripreso successivamente, è possibile leggere l’evoluzione dei numerosi insediamenti che compongono nella sua globalità l’arca vasta, facendo riferimento al rapporto di volta in volta differenziato fra livelli altalenanti di urbanità e ruralità.
Come scrive Meriana, nelle parti più alte delle valli del Nervia e del Roja le condizioni socio-ambientali attuali denotano una tenuta nel lungo periodo del carattere collinare e, in alcune aree, montano. In prossimità della linea costiera l’opposizione città-campagna si fa invece più labile: se nella media Val Roja, nella media Vai Nervia, nella Valle dei Bevera e nella Val Barbaira persistono i caratteri naturalistici, anche a causa di una scarsa struttura insediativa, l’ambito costiero mette in evidenza quei “processi di diffusione insediativa a sviluppo irregolare e bassa densità” (“Storia e caratteri della struttura insediativi”, in “Descrizione fondativa del Piano Urbanistico Comunale di Ventimiglia”) che sono tipici di quei territori contemporanei in cui la demarcazione fra urbano e rurale è messa in discussione. Un esempio di territorio della diffusione (Indovina; Secchi) è quello compreso tra la foce del Roja e il confine francese, dove peraltro sorgono emergenze archeologiche di estrema rilevanza come quelle dei Balzi Rossi.
Altre dicotomie, ancora, sono state predisposte per rendere conto della vita e del grado attuale di vitalità dei territori. L’opposizione fra costa e entroterra, cioè fra uno sviluppo economico che si lega essenzialmente alla dimensione commerciale e turistica e un altro più radicato nelle attività agricole o piccolo-imprenditoriali, si è intrecciata negli ultimi decenni alle vicende di un’altra coppia di termini: vale a dire quella che vede opposti una linea di sviluppo trasversale valliva, che persiste lungo tutto il XIX secolo, e una linea longitudinale costiera che acquista una posizione dominante lungo il XX secolo, grazie a quello sviluppo produttivo e insediativo costiero che contribuirà ad unire il tassello territoriale di Ventimiglia al continuurn dell’arco costiero ligure.
Come ricordano Ciliento e Pazzini Paglieri, la vocazione commerciale di Ventimiglia ha radici nello stesso insediamento di epoca romana Albium Jnternelium, nel cui periodo di massimo sviluppo - fatto risalire agli anni compresi tra il 270 e il 180 a .C. - l’oppidum diventa importante punto di riferimento e scambio commerciale con la relativamente vicina Marsiglia, colonia greca, e come via di accesso alla Pianura Padana: il 180 a .C. è data simbolicamente significativa, poiché ad esso è fatta risalire la decisione di porre Ventimiglia come confine occidentale dell’Italia.

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Ciò che qui è rilevante notare è non tanto lo studio stratigrafico che è stato condotto sui ritrovamenti archeologici romani in sé, e che pure ha acquisito rilevanza internazionale, ma il loro posizionamento territoriale: resti di epoca romana sono stati rinvenuti nella piana tra il Roja e il Nervia - in particolare nei pressi del declivio della Colla Sgarba - cioè in quello stesso contesto in cui si è sviluppata in epoca moderna la città bassa.
In questo senso, all’interno della città di Ventimiglia è possibile iniziare a profilare con chiarezza gli strati, non tanto archeologici quanto storici, che l’hanno costruita nel tempo. I layer sui quali, generazione dopo generazione si è consolidata e ampliata la città, appaiono qui particolarmente netti e distinguibili, confermando la necessità di orientare la descrizione verso quella declinazione interna del termine “confine” prima richiamata, come separazione ma anche come tensione dialettica fra le parti e fra le epoche, dal periodo romano, a quello medievale, al moderno, al contemporaneo.
La denominazione di Vintimiliurn appare in concomitanza con l’insediamento di un nuovo castrum sulle alture della successiva città alta, in seguito alla crisi dell’Impero in cui la stessa Albintimilium entra alla fine del IV secolo d.C.
Il processo di arroccamento edilizio che l’insediamento conosce in epoca altomedievale è tipicamente conseguente alla necessità di difesa rispetto alle invasioni e occupazioni barbariche: la cinta fortificata del borgo, che ha origini in questa e- poca, inizia perciò dall’Vili secolo circa a configurarsi come ciò che oggi viene definito il centro storico del Comune. Accennare alla costituzione ditale centro significa contestualizzarc in senso urbanistico e architettonico l’esordio di una forma che avrà, nel corso dei secoli fino al nostro, un peso decisivo sulla tipizzazione anche conflittuale della morfologia sociale che in esso si sviluppa.
La figura di una città nella città è tipica dci centri storici europei contemporanei che hanno un’origine medievale: si tornerà su questo aspetto più avanti, a proposito della condizione socio-urbanistica attuale, abbandonando però una logica interpretativa secondo cui è la forma degli insediamenti a creare le condizioni per il concentramento della parti più marginali o devianti della popolazione, e ipotizzando invece un rapporto di circolarità fra la dimensione spaziale e quella socia le. La parte alta della città mostra i caratteri tradizionali del centro di potere, mentre la parte bassa, la piana ma anche i fondovalle, sono messi a coltura (“Evoluzione della struttura insediativa”, in “Descrizione fondativa del Piano Urbanistico Comunale di Ventimiglia”).
Si può fare risalire la definizione dell’impianto urbanistico di Ventimiglia alla fine del XV secolo: “dopo di allora, infatti, non si ebbero dentro le mura nuove localizzazioni di importante interesse urbanistico, in quanto lo spazio disponibile era stato totalmente saturato” (Ciliento e Pazzini Paglieri) ma, piuttosto, e in linea con la storia urbanistica della città italiana medievale, accorpamenti, supcrfetazioni, rifusioni tra gli edifici esistenti.

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Una nota del 1602 riafferma come Ventimiglia continui a ricoprire un ruolo strategico anche per il governo della Repubblica di Genova: è riconosciuta allora come “frontiera et chiave dello Stato della Repubblica nella parte occidentale” (Gandolfi e Viola).
Il completamento del ponte, realizzato nel 1620, è sancito in data 11 agosto 1782 da un’intesa fra i Sindaci della Comunità di Ventimiglia e i Sindaci di quella Magnifica Comunità degli Otto Luoghi che si era staccata da Ventimiglia nel 1686 in risposta ad una situazione di degrado sociale e insediativo in cui versavano i nuclei di Bordighera, Borghetto San Nicolò, Camporosso, Sasso, San Biagio, Soldano, Vallebona, Vallecrosia (Ciliento e Pazzini Paglicri).
Una riorganizzazione urbanistica ottocentesca della città apre ad una lettura moderna della stessa: ciò avviene in concomitanza con l’annessione al Regno sabaudo, nel 1814, cui seguono le realizzazioni di servizi e attrezzature per la collettività come la sistemazione della passeggiata del Cavo, del palazzo comunale, del teatro, la riunione delle scuole in un unico edificio, il trasferimento dell’ospedale, nella seconda metà del secolo, ncll’ex monastero delle Canonichesse.
Due interventi riguardanti la parte alta della città ne avrebbero segnato per anni in senso negativo la forma e la percezione: da una parte il seminario, iniziato nel 1837, tuttora esistente, e, come scrivono Ciliento e Pazzini Paglieri, in proporzioni tali “da annullare l’effetto emergente della vicina cattedrale, da sempre essenza della città”; dall’altra le opere di rinforzo alla punta del Cavo attraverso strutture ad archi sovrapposti che per decenni sarebbero emerse con forza nel paesaggio urbano.
Lungo il XIX e soprattutto lungo la prima metà dcl XX secolo il rapporto fra parte alta e parte bassa della città cambia polarità: il potenziamento di quest’ultima arca segna la perdita di peso della prima, nella quale il Comune si limita a eseguire alcuni restauri conservativi.
La ripresa di normali ritmi cittadini durante il secondo dopoguerra, che richiama un rilevante afflusso di immigrati dalle regioni meridionali, un cambiamento ed un rinnovamento dei rapporti anche commerciali con la vicina Francia, il consolidarsi della figura dei lavoratori transfrontalieri, una relativa trasformazione del centro antico sono fattori che portano alla crescita della città fino a raggiungere i 23000 abitanti nel 1961 e 26000 nel 1971 (Ciliento e Pazzini Paglieri).
Le condizioni attuali del centro storico di Ventimiglia riproducono, dal punto di vista socio-urbanistico, quelli che, a partire dal caso genovese delineato da Gazzola, sono i lineamenti generali di altri centri storici italiani.
La concentrazione di immigrati di differente generazione e epoca di arrivo - dalle famiglie provenienti dal Sud Italia durante la ricostruzione del secondo dopoguerra ai gruppi nordafricani di nuova generazione - trova in questi contesti un territorio neutro, interstiziale, che può restare spazio protetto o divenire porto franco di attività anche illegali: ad una valutazione comparativa di più contesti, l’organicità

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del tessuto edilizio medievale si pone in questo senso come la caratteristica urbana che meglio di altre garantisce accoglienza e allo stesso tempo porosità.
L’ambivalenza del nucleo della città alta, tuttavia, consiste nell’essere aperta al passaggio di individui e gruppi, e, allo stesso tempo, capace di tracciare propri confini al suo interno, più o meno visibili, grazie al quale, nel corso degli anni, si riproduce una sorta di controllo sociale informale.
Il pregiudizio ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della mappa mentale di aree urbane come queste. Qui, più che in altri contesti, il teorema di Thornas può essere facilmente verificato: “Se si definiscono alcune situazioni come reali, reali ne saranno le conseguenze”. Dal di fuori, cioè dall’altra o dalle altre città, questa zona è giudicata pericolosa al di là di una sperimentazione dei suoi effettivi gradi di pericolosità.
Vale anche per Ventimiglia Alta, che necessita in maniera significativa di interventi conservativi e riabilitativi, la teoria dei broken windows di Wilson e Kclling: ogni vetro rotto e non rapidamente riparato, rappresenta un incitamento al proseguimento di questi danneggiamenti, e, più generalmente, al disordine, al degrado successivo e generalizzato che si allarga a macchia d’olio.
Sta di fatto che la criticità delle attuali condizioni è legata all’immobilità che permea il contesto, dal momento che una via di uscita dall’impasse - legata in alcuni noti casi, ad esempio, al fenomeno della gentrflcation - non sembra provenire né dal versante urbanistico né da quello sociale: vale a dire da nessuno dei due elementi dal cui equilibrio o squilibrio dipende il grado di benessere di ogni contesto urbano.
Sul piano dell’occupazione del quartiere, la città alta è stata interessata, nell’immediato dopoguerra, da quel fenomeno di “sifone” che ho avuto modo di descrivere per altre realtà, a partire dal centro storico di Genova. Gli immigrati - calabresi, ma anche siciliani e campani, attirati dall’attività di floro-vivaismo, dalle vicine realtà straniere e dall’apertura successiva dei cantieri per la costruzione dell’autostrada - appena arrivati vi sono stati attirati dalla possibilità di trovare alloggio nelle abitazioni, spesso mairidotte, abbandonate dai precedenti abitanti. Con gli anni, la realtà si è andata stabilizzando, e, sul piano del recupero, parte del lavoro è stata fatta. Secondo uno degli intervistati ‘ci sono cose belle all ‘interno delle case ed il brutto è soprattutto fuori”, ed un altro ha segnalato il fatto che “vecchi ventimigliesi sono tornati ad abitare a Ventimiglia Alta”. Da un punto di vista sociale, è comunque innegabile che la gran parte dei suoi abitanti è composto da immigrati di origine calabrese, anche se ormai nati a Ventimiglia. E stato fatto notare che “la zona alta è organizzata come un paese a sé stante, ci sono solo il maresciallo, il parroco e ilfarmacista”.
Negli ultimi decenni, una parte di famiglie definite “problematiche” é stata trasferita in via Caduti del lavoro ed in via Gallardi, nella parte bassa della città.

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Anche dall’esame delle risposte degli intervistati, la città alta non sfugge ad una serie di giudizi ed impressioni fra loro dicotomiche, che sembrano risentire delle caratteristiche individuali degli interlocutori e che non consentono ad un osservatore esterno un giudizio definitivo. “Degrado totale”; “degrado socio-culturale, e non economico, perché parecchi dei suoi abitanti lavorano in Francia e guadagnano bene”; “il fatto che si cominci a tornare a Ventimiglia Alta rappresenta un aspetto molto positivo. E tornata una scintilla, c ‘è un rigurgito di cultura. La Biblioteca Apros lana, che è una delle più importanti d ‘Italia, e la sola di Ventimiglia, non a caso si trova a Ventimiglia Alta”; “C’è un degrado morale delle famiglie e una carenza di educazione per i bambini e i giovani”, “Ventimiglia Alta è la nostra banlieue”; “è una bomba positiva, che può esplodere da un momento all ‘altro”; “ci sono rimasti solo i meridionali: in passato, era di buona levatura, quando ci abitavano i nobili e c ‘erano i conventi”; “parlare di Ventimiglia Alta è un modo vecchio di affrontare la realtà”; “quella comunità è una monade leibniziana, chiusa in sé stessa, fanno gruppo a sé”; “soprattutto lassù, la famiglia è brada, con assenza di educazione. Anche la frequenza religiosa é bassa, minore che nel resto della città”; “c ‘è un pregiudizio negativo per Ventimiglia Alta”; “i bar sono sempre pieni, giorno e notte”; “1 ‘80% delle persone controllate nei bar sono pregi udicati”.
Solo per quanto riguarda gli aspetti scolastici e culturali sembra che i giudizi concordino, rispetto a una comunità chiusa che rifiuta l’integrazione, “una nicchia meridionale, anche sul piano fisico e sociale; un vero e proprio angolo di Calabria”. La situazione scolastica è stata definita “molto degradata anche sul piano fisico “. E stato riferito che ci sono state denunce nei confronti di genitori che non mandavano i figli a scuola, sottolineando che “1 ‘allontanamento da scuola porta all ‘espulsione dal tessuto sociale e facilita l’accoglienza da parte della criminalità”. Un giudizio, che, peraltro, si rivolgeva in maniera equidistante a tutta la città e faceva riferimento alla presenza di “troppi ragazzini d’fficili e violenti a causa delle loro famiglie disgregate”.
Sembra che, come si può riscontrare in molte altre realtà interessate dalle stesse problematiche, all’interno della popolazione del quartiere si possa distinguere una parte di abitanti decisamente impegnati nel miglioramento della propria realtà, una parte altrettanto interessata al suo disordine, che ne tenga lontani turisti e visitatori, e il resto, verosimilmente la maggioranza, anche se è difficile assegnare percentuali alle tre categorie, in attesa di un vincitore: “chinati, giunco, che passa la piena”, anche se non è chiaro se “la piena” sia rappresentata dagli “impegnati buoni” o dagli “impegnati cattivi”.
Un recente documento del Comitato di Quartiere di Ventimiglia Alta evidenziava che la zona era sporca, buia, invasa dalle auto e ne indicava le cause nel comportamento di certi abitanti e fruitori: “gli abitanti sono i primi artefici del degrado”. Lo stesso indicava come punti importanti e possibili soluzioni “la situazione generalizzata di abbandono del quartiere; l’istituzione del vigile di quartiere; una maggiore visibilità delle Forze dell’Ordine con pattuglie appiedate; una maggiore illuminazione; interventi contro il fenomeno degli esercizi commerciali che ces 16

sano la propria attività e, indirettamente, favoriscono l’aumento del degrado; l’incremento di iniziative volte a favorire lo sviluppo turistico; il sostegno e l’incremento dei programmi del Provveditorato agli studi per diminuire l’elevatissima mortalità scolastica”.
Per quanto riguarda il vigile di quartiere, la Polizia locale aveva chiesto di poter aprire un presidio nella città alta ed il Comune non era stato in grado di trovare i soldi necessari. Nel 2002, fu attuata, com’è possibile ricavare dagli ordini di servizio, una fase sperimentale di sei mesi con un agente distaccato come “vigile di quartiere”. La sperimentazione fu interrotta per le condizioni in cui questi doveva lavorare e per il fatto che le segnalazioni per interventi rivolte ad altri uffici comunali erano sistematicamente inevase. Se la prima motivazione è piuttosto rara da trovarsi, soprattutto nelle aree non degradate e poco degradate, la seconda è molto più frequente e rappresenta solitamente uno spartiacque per individuare il livello d’impegno di un’amministrazione comunale rispetto all’attenzione per tutti i propri concittadini.
Per completare il quadro della città alta, si può riferire che, per quanto riguarda la parte di competenza dell’Arma dei Carabinieri, le persone sottoposte a misure alternative alla detenzione sono 5 in questa zona e 6 nel resto della città, mentre quelle interessate a misure di prevenzione sono rispettivamente 4 e 2.
Per riprendere la scansione storiografica, fin qui utilizzata in riferimento alle vicende della città contemporanea, e alle tracce che il passato urbanistico ha lasciato in essa, è necessario tornare al 1871: evento embiematico di un nuovo inizio per Ventimiglia è l’inaugurazione in quell’anno della Stazione internazionale nella parte bassa della città, successiva all’istituzione, nel 1860, della ferrovia in Liguria.
La storia urbanistica di Ventimiglia vede così il passaggio da un’unica polarità, rappresentata dalla parte alta della città, al progressivo profilarsi di un nuovo polo nella parte bassa, che entra così in un rapporto spesso conflittuale con la prima. Pur in una scala ridotta, la città ligure vive il clima culturale dell’urbanistica europea ottocentesca.
La teoria haussmanniana, applicata nel centro parigino, vede la creazione di nuovi assi viari e la conseguente demolizione di quartieri che sono ritenuti troppo densi dal punto di vista insediativo e demografico: i principi messi in atto nella parte alta di Ventimiglia ripropongono una logica analoga, che richiama la necessità di ricreare condizioni di igiene, salubrità e riabilitazione estetica giudicate all’epoca carenti.
Sta di fatto che, nonostante i propositi e i progetti di risanamento - ad esempio promossi da un personaggio centrale per la vita culturale dell’epoca come Girolamo Rossi - non viene compiuta alcuna opera di sventramento a grande scala:
parallelamente, la città bassa inizia ad attirare nuove funzioni, che si trasferiscono

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dalla parte alta, come nel caso della caserma dei Carabinieri, del nuovo cimitero, delle scuole e dell’asilo infantile.
Sottolineare l’importanza storica di questi avvenimenti permette di focalizzare nuovamente l’attenzione sulla nozione di confine interno, che percorre trasversalmente la vita di Ventimiglia attraverso i secoli. Le più o meno incisive applicazioni delle teorie urbanistiche ottocentesche rivelano comunque il desiderio di iniziare a segnare il territorio interno della città attraverso confini e reciproci distanziamenti spaziali e sociali.
La presenza concomitante di più fattori positivi spinge, in ogni caso, verso la crescita demografica, che passa dai 5900 abitanti del 1853 ai 7269 del 1876 (Ciliento e Pazzini Paglieri): il rilancio economico passa attraverso una nuova infrastruttura come la ferrovia, che incrementa gli scambi e gli arrivi dei turisti d’élite: è l’epoca del consolidarsi dell’attività floricola, e di uno sviluppo culturale urbano favorito dalla presenza in loco degli Hanbury. Grazie all’opera di Thomas Hanbury “nacque un giardino magnifico dove un tempo c’era uno scoglio [...] La sperimentazione di nuove condizioni cambiò il paesaggio di tutta la costa che diventò la «riviera dei fiori»” (Becca). Oggi esso ha assunto il rilevante profilo di ‘giardino storico”, affidato dal 1987 alla cura e gestione dell’Università degli Studi di Genova (Mazzino).
Modernizzare Ventimiglia significa anche, come è tipico del clima di crescita di quegli anni, concepire progetti infrastrutturali di imponenti aspettative, talvolta venate di utopia: è il caso del progetto per un porto marittimo (1883), che sarebbe però rimasto negli anni a venire sulla carta.
Lo sviluppo della città bassa segue nuovamente le direttive e le figure dell’urbanistica di fine Ottocento, che sono tuttora rintracciabili con chiarezza nel tessuto urbano: nel 1891 diventa attuativo il piano regolatore, nella realizzazione del quale si applicano le forme compositive e stilistiche tipiche dell’architettura a cavallo fra XIX e XX secolo.
Le vicende della città moderna possono essere schematizzate attraverso la suddivisione in due aree di edificazione, che hanno seguito due sviluppi storici in parte sfalsati: da una parte l’area compresa tra il Roja e il rio San Secondo, dall’altra il settore dimensionalmente più vasto che si sarebbe successivamente consolidato fino al Nervia.
La stazione ferroviaria è il simbolo di una modernità raggiunta e, come tale, è a partire da essa che viene idealmente progettato lo sviluppo urbanistico della parte bassa della città: attraverso una classica disposizione perpendicolare degli assi viari (via della Stazione, via Cavour, corso Principe Amedeo, via Roma, via Aprosio); questa parte di Ventimiglia acquista un profilo moderno, a isolati, che la città contemporanea ha ereditato.
La piazza della stazione diventa nel 1898 sede per il mercato dci fiori via via più importante, fino a divenire negli anni successivi “tra i primi mercati floricoli della regione” (Ciliento e Pazzini Paglieri).

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Mentre il vecchio teatro nella città alta viene prima riconvertito in pretura per poi ospitare la Biblioteca Aprosiana , una delle più antiche a livello nazionale e regionale, il nuovo politeama sorge nella città bassa, lungo via Aprosio. La relativa vicinanza con il teatro di epoca romana - nei pressi del quale sorge l’odierno ospedale - mette del resto in luce uno dei caratteri apparentemente paradossali della città contemporanea italiana, che è spesso composta di edifici e tracce di tessuti urbani di epoche cronologicamente e culturalmente distanti, posti in una condizione di convivenza più o meno conflittuale.
La casa del Balilla, inaugurata nel 1933, rappresenta un apprezzabile esempio dell’architettura del ventennio fascista (Ciliento e Pazzini Paglieri); la costruzione negli anni 30 del palazzo comunale nella città bassa sancisce il definitivo cambiamento nel rapporto con la città alta. Una data di rilevanza nazionale come il 25 aprile 1945 è vissuta a Ventimiglia, di nuovo, sul confine: Francia e Italia si disputano questo territorio, finché, il 18 luglio 1945, con gli accordi interalleati di Caserta, cessa l’occupazione francese (Becca).
Le più recenti vicende urbanistiche e pianificatorie di Ventimiglia saranno riprese successivamente, mentre qui sarà ricordato un fenomeno o, meglio, un evento ormai tradizionale e pervasivo per la città bassa, come il mercato del venerdì, su cui si tornerà per inquadrare la sua incidenza sulla vita della città.
Nato per il commercio di fiori, il mercato si è ampliato nel corso degli anni, anche per rispondere al cambiamento di identità che tocca la città nel suo complesso, che perde la vocazione turistica del primo Novecento - rinforzatasi, invece, in altri centri come Bordighera e Sanrerno - per confermarsi come poio commerciale: in ciò svalutando o perdendo una serie di servizi per la collettività come cinema e teatro.
Dal punto di vista demografico, come vedremo oltre, si sono avuti cambiamenti negli anni recenti, in relazione allo sviluppo di forme di commercio, legale e abusivo, gestito da comunitari ed extra-comunitari, all’interno e al di fuori del mercato settimanale: oltre ai lavoratori transfrontalieri, occupati in imprese edilizie o alberghiere francesi, senegalesi e cinesi costituiscono una parte dei nuovi residenti, temporanei o fissi, di Ventimiglia nel suo insieme.
Anche nella parte bassa si ripropone la figura di una città nella città, caratterizzata in modo informale da spazi e regole proprie, attraverso la dinamica socio- spaziale del mercato del venerdì, che, perlomeno per analogia, richiama la logica di concentrazione della città nella città osservata nel centro medievale della parte alta.
Pensare Ventimiglia nel suo insieme come città contemporanea implica una precisazione sul significato di questo aggettivo. Con questa espressione si intende indicare un contesto territoriale in cui convivono in modo più o meno conflittuale realtà socio-spaziali e tracce di epoche differenti: anzi, il grado di benessere socio-ambientale fruibile nella città contemporanea è strettamente legato al livello

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di tensione più o meno governabile fra gli elementi citati e alle azioni di effettiva gestione ditali rapporti.
L’assetto contemporaneo è inoltre quello che porta attenzione sui progetti dell’attualità, ossia su quelli che sono in corso di elaborazione o realizzazione: in questo senso il passaggio dall’identità presente a una futura è legato per Ventimiglia anche al dibattito odierno inerente la necessità, la fattibilità e la sostenibilità di un porto, che, come visto precedentemente, dal XIX secolo continua ad essere discusso.
Sono state fin qui rintracciate in senso storico differenti pratiche di confinamento che vanno oltre la scala frontaliera. e che sono state individuate internamente al Comune di Ventimiglia - con un distanziamento innanzitutto geografico fra linea costiera e ambiti vallivi, fra città alta e città bassa - c, in scala minore, pure a livello di quartiere - in riferimento alle città nella città del centro storico medievale nella parte alta e del mercato settimanale in quella bassa.
Il contatto fra la Ventimiglia medievale e la Ventimiglia moderna è stato impedito innanzitutto pcr ragioni geografiche: l’altimetria differente e la presenza del Rja hanno favorito uno sviluppo territoriale dicotomico.
Da una parte si erge la città alta, che è il tessuto tipico dell’aggregazione paratattica medievale (Secchi), in cui, ad un iniziale equilibrio fra edilizia di base ed edilizia specialistica, monumentale, sono seguiti, a partire dal XIX secolo, l’abbandono delle classi più abbienti, la trasformazione sociale della vita residenziale e l’arrivo, nell’ultimo cinquantennio del XX secolo, di nuovi gruppi sul territorio.
I piani terra degli edifici di origine medievale, adibiti ad uso commerciale, sono concentrati in via Garibaldi, e va notato che, a fronte di un degrado generalizzato, sono presenti nel sito alcuni servizi collettivi rilevanti, non solo scolastici, come la Biblioteca Aprosiana , il centro polifunzionale di 5. Francesco, la posta, la stazione dei Carabinieri (“Il centro urbano”, in “Descrizione fondativa del Piano Urbanistico Comunale di Ventimiglia”).
Dall’altra parte si estende la città bassa, che è la città normale o normalizzata, secondo il linguaggio dell’urbanistica contemporanea, ossia il luogo di realizzazione e quindi cristallizzazione di un’urbanità di matrice borghese. la cui origine storico-culturale risale agli anni a cavallo fra XIX e XX secolo.
La densità dell’edificato varia qui secondo tre sottozone, a partire da una concentrazione più alta di edifici che vanno dai quattro ai sei piani, in prossimità del Roja (via Cavour, via Aprosio, ad esempio), a una zona centrale della piana meno costruita, con case unifamiliari a blocco ed edifici residenziali pluripiano, per passare più a est, tra corso Genova, via Tacito e la foce del torrente Nervia, a un edificato di ancora minore densità; qui sono pure riscontrabili lotti liberi destinati ad attività agricole, accanto a edifici pluripiano conseguenti all’attuazione del

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Piano Particolareggiato del Nervia. La zona è caratterizzata, come già ricordato, dalla presenza della vasta area archeologica di epoca romana.
In questa parte della città corre il tracciato ferroviario, per la gestione del quale sono previste strutture specifiche, ivi compresa un’area alla foce del torrente Nervia attualmente in dismissione (“Il centro urbano”, in “Descrizione fondativa del Piano Urbanistico Comunale di Ventimiglia”).
La questione critica, relativa a una odierna, debole o assente mixité sociale e urbana, riguarda da vicino anche Ventimiglia, avendo qui la prima radice in una organizzazione del territorio che è stata forzatamente o volutamente portata avanti secondo arec urbane distinte, ossia marcando di generazione in generazione le differenze architettoniche, estetiche e percettive fra le due città.
Il tema attuale e diffuso della presenza di extra-comunitari concentrati nei centri storici, qui nella città alta, ha perciò - nel caso di Ventimiglia con maggiore chiarezza rispetto ad altri contesti itaLiani - una prima origine di natura territoriale. cndogena.
L’evento-mercato è in questo senso per tutta Ventimiglia un’occasione di accentuazione/accelerazione di mixité che rimane però un’eccezione, perché circoscritta spazio-temporalmente, e un’anomalia, perché sfuggente ai ritmi e alle modalità di convivenza medi.
Per aprire la riflessione sugli strumenti pianificatori elaborati per Ventimiglia è necessario ribadire l’importanza dello statuto eterogeneo di confine, che è distanziamento ma anche punto di contatto, ossia dispositivo urbanistico che predispone all’agire sul territorio: il confine come possibilità di sviluppare non solo un’urbanistica per una città di confine come questa, ma di sondare le potenzialità ancora non percorse di un’urbanistica del confine.





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