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JAKOB e WILHELM GRIMM - Fiabe del focolare - CULTURA & SVAGO stivali di rosa timpani

JAKOB e WILHELM GRIMM - Fiabe del focolare

JACOB e WILHELM GRIMM- Fiabe del focolare

 

  Libro primo

 

1 .Il principe ranocchio o Enrico di ferro

2. Gatto e topo in società

3. La figlia della Madonna

4. Storia di uno che se ne andò in cerca della paura

5. Il lupo e i sette caprettini

6. Il fedele Giovanni

7. Il buon affare

8. Lo strano violinista

9. I dodici fratelli

10. Gentaglia

11. Fratellino e sorellina

12. Raperonzolo

13. I tre omini del bosco

14. Le tre filatrici

15. Hänsel e Gretel

16. Le tre foglie della serpe

17. La serpe bianca

18. La pagliuzza, il carbone ed il fagiolo

19. Il pescatore e sua moglie

20. Il prode piccolo sarto

21. Cenerentola

22. L'indovinello

23. Il sorcetto, l'uccellino e la salsiccia

24. La signora Holle

25. I sette corvi

26. Cappuccetto Rosso

27. I musicanti di Brema

28. L'osso che canta

29. I tre capelli d'oro del diavolo

30. Pidocchietto e pulcettina

31. La fanciulla senza mani

32. Gianni Testa-fina

33. I tre linguaggi

34. La saggia Elsa

35. Il sarto in Paradiso

36. Il tavolino magico, l'asino d'oro e il randello castigamatti

37. Pollicino

38. Le nozze della signora volpe

Prima favola

Seconda favola

39. Gli gnomi

Prima favola

Seconda favola

Terza favola

40. Il fidanzato brigante

41. Messer Babau

42. Il compare

43. La signora Trude

44. Comare Morte

45. Il viaggio di Pollicino

46. L'uccello strano

47. Il ginepro

48. Il vecchio Sultano

49. I sei cigni

50. Rosaspina

51. Ucceltrovato

52. Il re Bazza di Tordo

53. Biancaneve

54. Lo zaino, il cappellino e la cornetta

55. Tremotino

56. Il diletto Orlando

57. L'uccello d'oro

58. Il cane ed il passero

59. Federico e Caterinella

60. I due fratelli

 

LE FIABE DEL FOCOLARE: LIBRO PRIMO

 

1. Il principe ranocchio o Enrico di ferro.

 

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c'era un re, le cui figlie eran tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c'era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.

Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa non ricadde nella manina ch'essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita

d'occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: - Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi -. Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme. - Ah, sei tu, vecchio sciaguattone! - disse, - piango per la mia palla d'oro, che m'è caduta nella fonte. - Chétati e non piangere, - rispose il ranocchio, - ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco? - Quello che vuoi, caro ranocchio, -

diss'ella, - i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d'oro -. Il ranocchio rispose: - Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d'oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo, mi tufferò e ti riporterò la palla d'oro. - Ah sì, - diss'ella, - ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla -. Ma pensava: "Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell'acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana!"

- Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott'acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull'erba. La principessa, piena di gioia al vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. - Aspetta, aspetta! - gridò il ranocchio: - prendimi con te, io non posso correre come fai tu -. Ma a che gli giovò gracidare con quanto fiato aveva in gola! La principessa non l'ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticato la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.

Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d'oro, - plitsch platsch, plitsch platsch - qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: - Figlia di re, piccina,

aprimi! - Ella corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: - Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c'è forse un gigante che vuol rapirti? - Ah no, - rispose ella - non è un gigante, ma un brutto ranocchio. - Che cosa vuole da te? - Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d'oro cadde nell'acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell'acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me -. Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare:

- Figlia di re, piccina,

- aprimi!

- Non sai più quel che ieri

- m'hai detto

- vicino alla fresca fonte?

- Figlia di re, piccina,

- aprimi!

tutti i caricamenti del sistema del Timberland biancoign: justify;"> Allora il re disse: - Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va' dunque, e apri -.

Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: - Sollevami fino a te -. La principessa esitò, ma il re le

ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse:- Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme -La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine

egli disse: - Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire -.

La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: - Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno -.

Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse:- Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre -.

Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: - Adesso starai zitto, brutto ranocchio!

Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all'infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono.

La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevan pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:

-          Rico, qui va in pezzi il cocchio!

-          No, padrone, non è il cocchio,

-          bensì un cerchio del mio cuore,

-          ch'era immerso in gran dolore,

-          quando dentro alla fontana

-          tramutato foste in rana.-

Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.

 

  2. Gatto e topo in società.

 

Un gatto aveva fatto conoscenza con un topo e gli aveva tanto vantato il grande amore e l'amicizia che gli portava, che alla fine il topo acconsentì ad abitare con lui; avrebbero governato insieme la casa.

- Ma per l'inverno dobbiamo provvedere, altrimenti patiremo la fame, - disse il gatto, - e tu, topolino, non puoi arrischiarti dappertutto, se no finirai col cadermi in trappola.

Il buon consiglio fu seguito e comprarono un pentolino di strutto. Ma non sapevano dove metterlo; finalmente, pensa e ripensa, disse il gatto:

- Non so dove potrebbe essere più al sicuro che in chiesa; là nessuno osa commettere un furto: lo mettiamo sotto l'altare e non lo tocchiamo prima di averne bisogno -.

Il pentolino fu messo al sicuro; ma il gatto non tardò ad aver voglia di strutto, e disse al topo: - Volevo dirti, topolino, che mia cugina mi ha pregato di farle da compare: ha partorito un piccolo, bianco con macchie brune, e devo tenerlo a battesimo. Lasciami uscire oggi, e sbriga da solo le faccende di casa. - Sì, sì, - rispose il topo, - va', in nome di Dio; se mangi qualcosa di buono, pensa a me: un gocciolo di quel dolce vino rosso puerperale lo berrei volentieri anch'io -.

Ma non c'era niente di vero; il gatto non aveva cugine, né l'avevan richiesto come padrino. Andò dritto in chiesa, si avvicinò quatto quatto al pentolino di strutto, si mise a leccare e leccò via la grassa pellicola. Poi se ne andò a spasso per i tetti della città, si guardò attorno e poi si stese al sole, e si leccava i baffi ogniqualvolta pensava al pentolino. Non ritornò che alla sera.

- Eccoti qua, - disse il topo, - hai certo passato una giornata allegra.

- È andata bene, - rispose il gatto.

- Che nome hanno messo al piccolo? - domandò il topo.

- Pellepappata, - rispose il gatto secco secco.

- Pellepappata! - esclamò il topo: - che nome strampalato! Si usa nella vostra famiglia?

- Che c'è di strano? - disse il gatto: - non è peggio di Rubabriciole, come si chiamano i tuoi figliocci.

Poco tempo dopo al gatto tornò la voglia. Disse al topo: - Devi farmi ancora il piacere di badare alla casa da solo; mi vogliono di nuovo come padrino, e siccome il piccolo ha un cerchio bianco intorno al collo, non posso rifiutare -.

Il buon topo acconsentì; ma il gatto girò furtivamente fuori mura fino alla chiesa e si divorò mezzo pentolino. "Nulla è più gustoso, - disse fra sé, - di quel che si

mangia da soli" ed era tutto contento della sua giornata. Quando arrivò a casa, il topo domandò:

- E questo piccolo come si chiama? -

Mezzopappato - rispose il gatto.

- Mezzopappato! che dici! Non ho mai sentito questo nome in vita mia; scommetto che non è neanche sul calendario.

Ben presto al gatto tornò l'acquolina in bocca: - Non c'è due senza tre, - disse al topo, - devo far di nuovo il padrino; il piccolo è tutto nero e ha solo le zampe bianche, del resto non ha un pelo bianco in tutto il corpo; questo càpita solo una volta ogni due anni: mi lasci andare?

- Pellepappata! Mezzopappato! - rispose il topo, - sono nomi così curiosi che m'impensieriscono.

- Tu te ne stai a casa nel tuo giubbone grigio scuro e col tuo lungo codino, - disse il gatto, - e ti monti la testa: succede così quando non si esce mai -.

Durante l'assenza del gatto il topo pulì e mise in ordine la casa, ma quel golosone di un gatto si divorò tutto il pentolino di strutto.

"Solo quando si è finito tutto si sta in pace", disse a se stesso; e tornò a casa soltanto la notte, ben pasciuto. Il topo domandò subito che nome avevan dato al terzo piccino. - Non ti piacerà certo, - disse il gatto, - si chiama Tuttopappato.

- Tuttopappato! - esclamò il topo: - è il nome più bizzarro che ci sia, non l'ho mai visto scritto. Tuttopappato! che cosa vorrà dire? - Scosse il capo, si

acciambellò e si mise a dormire.

Da allora più nessuno chiese al gatto di far da padrino; ma giunto l'inverno, quando fuori non si trovava più nulla, il topo si ricordò della loro provvista e disse: - Vieni, gatto, andiamo dove abbiamo messo in serbo il nostro pentolino di grasso, ce la godremo.

-          Certo, - rispose il gatto,- te la godrai come a mangiare aria fritta -.

Si misero in cammino, e quando arrivarono la pentola era ancora al suo posto, ma vuota.

- Ah, - disse il topo, - ora capisco quel che è successo, ora tutto è chiaro. Sei un bell'amico! Hai divorato tutto, quando hai fatto da compare: prima pellepappata, poi mezzopappato, poi...

- Vuoi tacere! - esclamò il gatto:- ancora una parola, e ti mangio.

- Tuttopappato, - aveva già sulla lingua il povero topo; come gli uscì di bocca, il gatto fece un salto, l'afferrò e ne fece un boccone.

- Vedi, così va il mondo.

 

3. La figlia della Madonna.

 

Davanti a un gran bosco viveva un taglialegna con la moglie; essi avevano una figlia sola, una bimba di tre anni. Ma eran così poveri che non tutti i giorni avevano il pane e non sapevano che cosa darle da mangiare.

Una mattina, il boscaiolo andò al suo lavoro nella foresta, tutto preoccupato; e mentre spaccava la legna, gli apparve all'improvviso una bella signora d'alta statura, che aveva una corona di stelle lucenti sul capo; e gli disse: - Sono la Vergine Maria, la madre del Bambino Gesù; tu sei in miseria, portami la tua bimba; io la prenderò con me, sarò la sua mamma e provvederò a lei -.

Il boscaiolo obbedì, andò a prendere la bambina e la consegnò alla Vergine Maria, che la portò in Cielo. Là stava bene: mangiava marzapane e beveva latte dolce, e i suoi vestiti erano d'oro, e gli angioletti giocavano con lei. Quando ebbe quattordici anni, la Vergine Maria la chiamò a sé e disse: - Cara bambina, io devo fare un lungo viaggio; prendi in consegna le chiavi delle tredici porte del regno dei cieli: dodici puoi aprirle e contemplare le meraviglie che custodiscono, ma la tredicesima, per cui serve questa piccola chiave, ti è vietata; guardati dall'aprirla, o sarà la tua disgrazia -.

La fanciulla promise di obbedire e, quando la Vergine Maria fu partita, cominciò a visitare le stanze del regno dei cieli: ogni giorno ne apriva una, fin che n'ebbe viste dodici. In ogni stanza c'era un apostolo, circondato di grande splendore, e la fanciulla gioiva di quel fasto e di quella magnificenza, e gli angioletti che l'accompagnavano sempre gioivano con lei. Ormai rimaneva soltanto la porta proibita; allora le venne una gran voglia di sapere che cosa fosse nascosto là dietro e disse agli angioletti:- Non voglio aprirla del tutto e nemmeno entrare, ma voglio socchiuderla, perché possiamo sbirciar dalla fessura. - Ah, no, - dissero gli angioletti, - sarebbe peccato: la Vergine Maria l'ha proibito, e potrebbe essere la tua disgrazia -. Allora la fanciulla tacque, ma non tacque la brama nel suo cuore; continuò a roderla e a tormentarla, e non le dava requie.

E in un momento che gli angioletti erano tutti fuori, ella pensò: "Adesso son sola sola e potrei dare una sbirciatina, tanto non lo saprà nessuno". Scelse la chiave e quando l'ebbe in mano l'infilò nella serratura, e quando l'ebbe infilata la girò. Allora la porta si spalancò ed ella vide la Trinità circonfusa di fuoco e di luce sfolgorante. Restò un attimo immobile a contemplare, piena di meraviglia; poi sfiorò col dito quel fulgore e il dito si coprì d'oro. Fu subito presa da una gran paura, chiuse violentemente la porta e volle correr via. Per quanto facesse, la paura non cedeva e il cuore continuava a batter forte e non si voleva chetare; e l'oro rimase sul dito e non andò via, per quanto lavasse e strofinasse.

Poco dopo la Vergine Maria tornò dal suo viaggio. Chiamò la fanciulla e le richiese le chiavi del Cielo. Quando la fanciulla le porse il mazzo, la Vergine la guardò negli occhi e disse: - Non hai aperto anche la tredicesima porta? - No, - rispose. Allora le mise la mano sul cuore, sentì come batteva e batteva e si accorse che la fanciulla aveva trasgredito il suo ordine e aperto la porta. Domandò ancora una volta: - Davvero non l'hai fatto? - No, - disse la fanciulla per la seconda volta. Allora la Vergine scorse il dito che si era coperto d'oro toccando il fuoco celeste, vide che la fanciulla aveva peccato e per la terza volta domandò: - Non l'hai fatto? - No, - disse la fanciulla per la terza volta. Allora disse la Vergine Maria: - Tu non mi hai ascoltato e per di più hai mentito: non sei più degna di stare in Cielo.

E la fanciulla cadde in un sonno profondo e quando si svegliò giaceva sulla terra, in un luogo selvaggio. Volle chiamare, ma non poté emetter suono. Saltò in piedi e volle correr via, ma, dovunque si volgesse, era sempre trattenuta da fitti roveti, che non poteva attraversare. Nel deserto dov'era prigioniera c'era un vecchio albero

cavo: doveva essere la sua dimora. Quando veniva la notte, ella si rannicchiava là dentro per dormire, e vi si riparava quando pioveva e faceva tempesta; ma era una vita ben misera e, quando ella pensava com'era stato bello vivere in Cielo dove gli angeli avevan giocato con lei, allora piangeva amaramente. Radici e bacche eran tutto il suo nutrimento, le cercava fin dove poteva arrivare. D'autunno raccoglieva le noci e le foglie cadute e le portava nel suo buco; d'inverno le noci erano il suo cibo e quando veniva la neve e il ghiaccio ella si rannicchiava come un povero animaletto nelle foglie, per non gelare. Ben presto i suoi vestiti si lacerarono e le caddero di dosso a brandelli. Appena il sole splendeva caldo, ella usciva e sedeva davanti all'albero, e i suoi lunghi capelli la coprivano da ogni parte come un mantello. Così ella passava un anno dopo l'altro e sentiva il dolore e la miseria del mondo.

Una volta, quando di nuovo gli alberi si eran vestiti di fresco verde, il re del paese cacciava nella foresta e inseguiva un capriolo e, poiché esso era fuggito tra i cespugli che cingevano la foresta, smontò da cavallo, spezzò i pruni e si aprì il varco con la spada.

Penetrò nel folto e vide seduta sotto l'albero una fanciulla meravigliosa, coperta fino alla punta dei piedi dalla sua chioma d'oro. Egli si fermò e la contemplò pieno di stupore; poi le rivolse la parola, e disse: - Chi sei? perché sei qui in questo deserto? - Ma essa non rispose, perché non poteva schiuder le labbra. Il re proseguì: - Vuoi venir con me al mio castello? - La fanciulla chinò lievemente il capo. Il re la sollevò tra le braccia, la portò sul suo cavallo e andò a casa con lei; e quando arrivò alla reggia, le fece indossare belle vesti e non le lasciò mancar nulla. Benché non potesse parlare, essa era così bella e graziosa, che il re se ne innamorò e poco dopo la sposò.

Era passato circa un anno e la regina diede alla luce un figlio. La notte, mentre giaceva sola nel suo letto, le apparve la Vergine Maria e disse: - Se vuoi dir la verità e confessare che hai aperto la porta proibita, ti dissuggellerò le labbra e ti renderò la parola; ma se persisti nella colpa e continui a negare, porterò con me il tuo piccino -. Alla regina fu concesso di rispondere, ma, ancora ostinata, ella disse: - No, non ho aperto la porta proibita -. E la Vergine Maria le tolse dalle braccia il neonato e scomparve con lui.

La mattina dopo, quando non si trovò il bambino, si mormorò fra la gente che la regina era un'orchessa e aveva ucciso suo figlio. Ella udiva tutto e non poteva contraddire; ma il re non volle crederlo, tanto l'amava.

Dopo un anno, la regina partorì un altro figlio. Nella notte tornò la Vergine Maria e disse: - Se vuoi confessare di aver aperto la porta proibita, ti restituirò il tuo bambino e ti scioglierò la lingua; ma se persisti nella colpa e neghi, porto anche questo con me

-. E la regina tornò a dire: - No, non ho aperto la porta proibita -.

La Vergine le tolse dalle braccia il bambino e lo portò in Cielo. La mattina, scomparso di nuovo il piccino, la gente disse ad alta voce che la regina l'aveva divorato; e i consiglieri del re chiesero che ella fosse giudicata. Ma il re l'amava tanto che non volle crederlo e ordinò ai consiglieri di non parlarne più, pena la vita.

L'anno dopo la regina partorì una bella figlioletta; per la terza volta le apparve di notte la Vergine Maria e disse: - Seguimi -. La prese per mano e la condusse in Cielo e le mostrò i due figli maggiori, che le sorridevano e giocavano con la palla del mondo. La regina se ne rallegrò; allora disse la Vergine Maria: - Non si è ancora intenerito il tuo cuore? Se confessi di aver aperto la porta proibita, ti restituirò i tuoi due figlioletti -. Ma la regina rispose per la terza volta: - No, non ho aperto la porta proibita -.

Allora la Vergine la lasciò ricadere sulla terra e le prese anche la bambina. La mattina dopo, quando la cosa trapelò, tutti gridarono a gran voce: - La regina è un'orchessa, dev'esser condannata! - E il re non poté più respingere i suoi consiglieri. La regina fu giudicata e, perché non poteva rispondere e difendersi, fu condannata a morire sul rogo. Ammucchiarono la legna, e quando ella fu legata al palo e il fuoco cominciò ad avvampare intorno a lei, si sciolse il duro ghiaccio della superbia, il suo cuore fu preso dal pentimento ed ella pensò: "Potessi, prima di morire, confessare di aver aperto la porta!" Allora le tornò la voce ed ella gridò: - Sì, l'ho fatto, Maria! - Subito dal cielo cadde la pioggia e spense le fiamme; una luce irruppe sopra di lei e la Vergine Maria, fra i due bambini, scese con la neonata in braccio. Le disse con dolcezza: - Chi si pente della sua colpa e confessa, è perdonato -. E le porse i tre

bimbi, le sciolse la lingua e la rese felice per tutta la vita.

 

4. Storia di uno che se ne andò in cerca della paura.

 

Un padre aveva due figli; il maggiore era intelligente e furbo e sapeva trarsi d'impaccio in ogni cosa, il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla: vedendolo, la gente diceva: - Sarà un bel peso per suo padre -. Se c'era un lavoro da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre gli ordinava di andare a prender qualcosa di sera, o magari di notte, e la strada passava accanto al cimitero o a qualche altro luogo raccapricciante, egli rispondeva: - Ah no, babbo, non ci vado, mi vien la pelle d'oca! - perché era pauroso. Oppure, quando, la sera, davanti al fuoco, raccontavano storie da far rabbrividire, gli ascoltatori dicevano di quando in quando: - Mi vien la pelle d'oca! - Il minore se ne stava in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa significasse. "Dicono sempre: mi vien la pelle d'oca! mi vien la pelle d'oca! A me non viene: sarà anche questa un'arte di cui non capisco nulla".

Un bel giorno il padre gli disse:- Ascolta, tu, in quell'angolo: diventi grande e grosso, devi imparare un mestiere per guadagnarti il pane. Vedi come si dà da fare tuo fratello; ma con te si perde il ranno e il sapone. - Sì, babbo, - egli rispose, - qualcosa imparerei volentieri: anzi, se fosse possibile, vorrei imparare a farmi venir la pelle d'oca; di questo non so proprio nulla -. Il fratello maggiore rise, all'udirlo, e pensò: "Mio Dio, che stupido è mio fratello! Non se ne caverà mai nulla. Il buon dì si conosce dal mattino". Il padre sospirò e rispose: - La pelle d'oca imparerai a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane.

Poco tempo dopo venne da loro in visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio minore era un buono a nulla, non sapeva e non imparava niente.- Pensate, quando gli ho domandato come voleva guadagnarsi il pane, ha espresso il desiderio di imparare a farsi venir la pelle d'oca. - Se è tutto qui, - rispose

il sagrestano, - può impararlo da me; affidatemelo, che lo digrosserò -. Il padre ne fu contento, perché pensava: "Il ragazzo diventerà un po' più sveglio". Così il sagrestano se lo portò a casa e il giovane dovette suonar le campane. Dopo un paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salir sul campanile e di suonare. "Imparerai che cos'è la pelle d'oca!" pensava; lo precedette di nascosto e, quando il giovane fu in cima e si voltò per afferrare la corda della campana, vide sulla scala, davanti allo spiraglio, una figura bianca. - Chi è là? - gridò, ma la figura non rispose e non si mosse. - Rispondi o vattene, - gridò il giovane, - non hai niente da fare qui, di notte -. Ma il sagrestano rimase immobile, perché il giovane lo credesse uno spettro. Il giovane gridò per la seconda volta: - Che vuoi tu qui? Parla, se sei un galantuomo, o ti butto giù dalla scala -. Il sagrestano pensò: "Non avrà intenzioni così malvagie". Non disse motto e stette fermo, come di pietra. Il giovane

l'interpellò per la terza volta, invano; allora prese lo slancio e spinse giù dalla scala lo spettro, che precipitò per dieci scalini e giacque in un angolo. Poi egli suonò le campane, andò a casa, si mise a letto, senza dire una parola, e riprese a dormire. La moglie del sagrestano aspettò suo marito per un pezzo, ma quello non tornava mai. Alla fine, ella si spaventò, svegliò il giovane e domandò: - Non sai dov'è mio marito? È salito sul campanile prima di te. - No, - rispose il giovane, - ma c'era un tale sulla scala, davanti allo spiraglio e, siccome non voleva rispondere né andarsene, l'ho creduto un malandrino e l'ho buttato giù. Andate un po' a vedere se per caso era lui; mi spiacerebbe -. La donna corse via e trovò il marito che giaceva in un angolo, con una gamba rotta, e si lamentava.

Lo portò giù e poi corse strillando dal padre del giovane: - Che disgrazia, per colpa di vostro figlio! - gridò, - ha buttato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una gamba. Levateci di casa quel buono a nulla -. Il padre inorridì, accorse e strapazzò il

figlio: - Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno. - Sentite, babbo, - egli rispose,- io non ne ho colpa: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi era e tre volte gli ho detto di parlare o di andarsene. - Ah, - disse il padre, - tu mi procuri soltanto dei guai, togliti dai piedi, non voglio più

vederti.- Sì, babbo, volentieri; aspettate soltanto che faccia giorno, e me ne andrò, e imparerò che cos'è la pelle d'oca, così avrò un'arte che mi darà da mangiare. - Impara quel che vuoi, - disse il padre, - per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi; prendili e

vattene per il mondo; e non dire a nessuno di dove vieni e chi è tuo padre, perché io mi vergogno di te. - Sì, babbo, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente.

Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi, se ne andò sulla grande via maestra e continuava a dire: - Ah, se mi venisse la pelle d'oca! Ah, se mi venisse la pelle d'oca! - Lo raggiunse un uomo, che udì questo soliloquio; e quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, l'uomo gli disse: - Guarda, quello è l'albero, su cui sette uomini han sposato la figlia del funaio e adesso imparano a volare: siediti là sotto e aspetta che venga notte, e allora imparerai che cos'è la pelle d'oca. - Se è tutto qui, - disse il giovane, - è presto fatto; ma se imparo così in fretta che cos'è la pelle d'oca, tu avrai i miei cinquanta scudi: domattina presto, torna da me -. Il giovane andò sotto la forca, si mise a sedere e attese la sera. E siccome aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido, che nonostante il fuoco egli non riusciva a scaldarsi. E quando il vento spinse gli impiccati l'uno contro l'altro e li fece oscillare su e giù, egli pensò: "Tu geli qui, vicino al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! e come sgambettano!" E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò l'uno dopo l'altro e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e intorno ci mise i morti, che si scaldassero. Ma quelli se ne stavano immobili e il fuoco si appiccò ai loro abiti. Allora egli disse: - Fate attenzione, altrimenti vi appendo di nuovo lassù -. Ma i morti non sentivano, tacevano e lasciavan bruciare i loro stracci. Allora egli andò in collera e disse: - Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi -. E li riappese l'un dopo l'altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò; al mattino venne l'uomo che voleva i cinquanta scudi e gli disse: - Ora lo sai che cos'è la pelle d'oca? - No, - rispose, - come potrei saperlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, ed erano così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che avevano indosso -. E l'uomo vide che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: - Un tipo simile non mi è mai capitato.

Anche il giovane continuò la sua strada e ricominciò a dire: - Ah, se mi venisse la pelle d'oca! Ah, se mi venisse la pelle d'oca! - L'udì un carrettiere che camminava dietro a lui e domandò: - Chi sei? - Non so, - rispose il giovane. Il carrettiere domandò ancora: - Di dove vieni? - Non so. - Chi è tuo padre? - Non lo posso dire. - Che cosa continui a borbottare fra i denti? - Ah, - rispose il giovane, - vorrei farmi venire la pelle d'oca, ma non c'è nessuno che sappia insegnarmelo. - Smettila con le tue stupidaggini, - disse il carrettiere, - se tu vieni con me, vedrò di collocarti -. Il giovane andò col carrettiere e la sera giunsero a un'osteria dove volevano pernottare. Entrando egli disse ad alta voce: - Ah, se mi venisse la pelle d'oca! se mi venisse la pelle d'oca! - L'oste, all'udirlo, disse ridendo: - Se non vuoi altro, qui ci sarebbe una bella occasione. - Sta' zitto, - disse l'ostessa, - troppi temerari ci han già rimesso la vita! Sarebbe proprio un peccato che quei begli occhi non dovessero rivedere la luce del giorno -.

Ma il giovane disse: - Per difficile che sia, voglio impararlo una buona volta: apposta me ne sono andato da casa -. Non lasciò in pace l'oste, finché questi gli raccontò che là vicino c'era un castello incantato, dove si poteva imparare benissimo che cosa fosse la pelle d'oca, purché ci si vegliasse tre notti. A chi osasse farlo, il re aveva promesso in isposa sua figlia, la più bella fanciulla che ci fosse al mondo; inoltre nel castello si celavano gran tesori, custoditi da spiriti malvagi: diventerebbero disponibili, e di un povero potevano fare un riccone. Già molti erano entrati nel castello, ma nessuno ne era uscito. Il mattino dopo, il giovane andò dal re e disse: - Se fosse permesso, vorrei vegliare tre notti nel castello incantato. - Il re lo guardò, lo trovò simpatico e disse: - Puoi chiedermi anche tre cose e portarle nel castello con te, ma devono essere cose non vive -. Il giovane rispose: - Chiedo un fuoco, un tornio e un banco da ebanista con il suo coltello.

Il re gli fece portare tutto nel castello quel giorno stesso. Verso sera il giovane salì al castello, si accese un bel fuoco in una stanza, vi collocò accanto il banco da ebanista e il coltello e sedette sul tornio.- Ah, se mi venisse la pelle d'oca! - diceva, - ma

non imparerò neppur qui -. Verso mezzanotte volle attizzare il fuoco; mentre ci soffiava sopra, udì improvvisamente gridare da un angolo: - Au, miau! che freddo!- Scimuniti, - esclamò, - perché gridate? Se avete freddo, venite, mettetevi accanto al fuoco e scaldatevi -. E come l'ebbe detto, due grossi gatti neri s'accostarono d'un balzo, gli si posero ai lati e lo guardarono ferocemente coi loro occhi di fuoco. Dopo un po', quando si furono riscaldati, dissero: - Camerata, vogliamo giocare a carte? - Perché no? - egli rispose, - però fatemi vedere le zampe -. Essi allungarono le grinfie. - Oh, - disse il giovane, - che unghie lunghe! aspettate, prima devo tagliarvele -. Li

prese per la collottola, li sollevò sul banco, e avvitò le zampe.

- Vi ho tenuti d'occhio, - disse, - e mi è passata la voglia di giocare a carte -.

Li ammazzò e li gettò nell'acqua. Ma quando ebbe tolto di mezzo quei due e volle sedersi di nuovo vicino al fuoco, sbucaron da ogni parte gatti neri e cani neri, attaccati a catene infocate; erano tanti e tanti che egli non sapeva più dove cacciarsi: gridavano orribilmente, gli calpestavano il fuoco, disperdevan le braci e volevano spegnerlo. Per un po' stette a guardare tranquillamente, ma quando le cose si misero troppo male, afferrò il coltello e gridò: - Finiamola, canaglia! - e si scagliò su di loro. Alcuni balzarono via, gli altri li uccise e li buttò nello stagno. Quando tornò, riattizzò

il fuoco soffiando nella brace e si scaldò. E mentre se ne stava seduto, non poteva più tener gli occhi aperti e gli venne voglia di dormire. Si guardò attorno e vide un gran letto in un angolo. – È proprio quel che ci vuole, - disse, e ci si coricò. Ma quando volle chiudere gli occhi, il letto cominciò a muoversi da solo e andò a spasso per tutto il castello.- Benone! - disse il giovane: - più in fretta! - Allora il letto rotolò su e giù per soglie e scale come fosse un tiro a sei; d'un tratto, hopp, hopp! ribaltò a gambe all'aria, e gli restò addosso come una montagna. Ma egli buttò via coperte e cuscini, saltò fuori e disse: - Adesso vada a spasso chi vuole, - si sdraiò accanto al fuoco e dormì sino a giorno. Al mattino venne il re e quando lo vide steso a terra pensò che gli spettri l'avessero ucciso e che fosse morto. Disse: - Peccato! un così bel ragazzo! - Il giovane l'udì, si rizzò e disse: - Non siamo ancora a questo punto! - Allora il re si stupì e tutto contento gli domandò com'era andata. - Benissimo, - egli rispose, - una notte è passata, passeranno anche le altre due -. Quando tornò dall'oste, questi fece tanto d'occhi. - Non credevo di rivederti vivo, - disse; - hai imparato che cos'è la pelle d'oca? - No, - rispose il giovane, - è tutto inutile: se qualcuno me lo sapesse dire!

La seconda notte tornò nel vecchio castello, si mise a sedere accanto al fuoco e riprese la solita canzone: - Ah, se mi venisse la pelle d'oca! - Verso mezzanotte, sentì un rumore e un trepestio, prima lieve, poi sempre più forte; poi un breve silenzio; infine con un grande urlo cadde dal camino un mezzo uomo e gli piombò davanti.

- Olà! - egli gridò: - ce ne vuole ancora mezzo; così è troppo poco -. Allora si ripeté il fracasso e l'urlo e cadde giù l'altra metà. Aspetta, - disse il giovane, - voglio attizzarti un po' il fuoco -. Quand'ebbe finito e si guardò di nuovo attorno, i due pezzi si erano ricongiunti e un uomo orribile sedeva al suo posto. - Non eran questi i patti, - disse il giovane, - il banco è mio -. L'uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo tollerò, gli diede un urtone e sedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini, l'uno dopo l'altro, andarono a prendere nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Ne venne voglia anche al giovane, che domandò: - Sentite, posso giocare anch'io? - Sì, se hai denaro. - Denaro ne ho, - rispose, - ma le vostre palle non sono ben rotonde -.

Prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. - Così rotoleranno meglio, - disse. - Olà! Adesso ce la spasseremo -. Giocò e perdette un po' di denaro, ma allo scoccar di mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si sdraiò e si addormentò tranquillamente. La mattina dopo, il re venne a informarsi. - Com'è andata questa volta? - domandò. - Ho giocato a birilli, - rispose, - e ho perduto qualche soldo. - Non ti è venuta la pelle d'oca? - Macché! - egli rispose, - me la sono spassata. Se potessi sapere che cos'è la pelle d'oca!

La terza notte sedette di nuovo sul suo banco e diceva tutto malinconico: - Ah, se mi venisse la pelle d'oca! - A notte inoltrata, vennero sei omaccioni che portavano una cassa da morto. Egli disse: - Ah, certo è il mio cuginetto, che è morto qualche giorno fa -. Fece un cenno col dito e gridò: - Vieni, cuginetto, vieni! - Deposero la bara per terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c'era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come ghiaccio.

- Aspetta, - disse, - voglio scaldarti un po' -. Si avvicinò al fuoco, si scaldò la mano e gliela posò sul viso; ma il morto restò freddo.

Allora lo tirò fuori, lo portò accanto al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia, perché il sangue riprendesse a circolare. Ma siccome neppur questo giovava, gli venne in mente: "Se due stanno a letto insieme, si riscaldano". Lo portò nel letto, lo coprì e gli si stese accanto. Dopo un po', anche il morto diventò caldo e cominciò a muoversi. Allora il giovane disse: - Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato! - Ma il morto prese a dire: - Adesso ti strozzo. - Come, - disse il giovane, - è questa la mia ricompensa? Torna subito nella tua bara -. Lo sollevò, lo gettò dentro la bara e chiuse il coperchio; tornarono i sei uomini e lo riportarono via.- Non mi vuol proprio venir la pelle d'oca, - egli disse, - qui non l'imparerò mai.

Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio, e aveva una lunga barba bianca.

- Nanerottolo, - disse, - imparerai subito cos'è la pelle d'oca, perché devi morire. - Non abbiate tanta fretta! - disse il giovane: - per morire devo esserci anch'io. - Ti piglio subito, - disse lo spirito maligno. - Piano, piano, non vantarti tanto; sono forte come te, e anche di più. - La vedremo, - disse il vecchio, - se sei più forte di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo -. Per corridoi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un'accetta e con un colpo cacciò in terra un'incudine. - Io so far meglio, - disse il giovane, e andò all'altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per guardare, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò l'accetta, con un colpo spaccò l'incudine e ci serrò dentro la barba del vecchio. - Ora sei nelle mie mani, - disse, - ora tocca a te morire -. Prese una stanga di ferro e percosse il vecchio, finché questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato grandi tesori. Il giovane estrasse l'accetta e lo lasciò libero. Il vecchio lo ricondusse nel castello e gli mostrò in una cantina tre casse piene d'oro. - Di quest'oro, - disse, - una parte è dei poveri, l'altra è del re, la terza è tua -. Intanto scoccò la mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché il giovane rimase al buio. - Me la caverò lo stesso, - disse; a tastoni trovò la strada fino alla sua stanza e là si addormentò accanto al fuoco. La mattina dopo venne il re e domandò: - Adesso avrai imparato cos'è la pelle d'oca? - No, - rispose il giovane: - che roba è questa? È stato qui mio cugino morto, ed è venuto un vecchio con la barba, che mi ha fatto vedere molto denaro là sotto; ma cosa sia la pelle d'oca non me l'ha detto nessuno -. Allora il re disse: - Tu hai rotto l'incantesimo del castello e sposerai mia figlia. - Tutto questo va benissimo, - rispose il giovane, - ma io non so ancora che cos'è la pelle d'oca.

Portarono su i tesori e celebrarono le nozze; ma il giovane re, per quanto amasse la sposa e fosse contento, diceva pur sempre: - Ah, se mi venisse la pelle d'oca! ah, se mi venisse la pelle d'oca! - La sposa finì con lo stizzirsi. Allora la sua cameriera disse: - Ci penserò io: imparerà che cos'è la pelle d'oca -. Andò a un ruscello che scorreva nel giardino e fece attingere un secchio pieno di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie dovette levargli la coperta e versargli addosso il secchio d'acqua fredda coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: - Ah, che pelle d'oca, che pelle d'oca, moglie mia!

Sì, ora lo so cos'è la pelle d'oca.

 

5. Il lupo e i sette caprettini.

 

C'era una volta una vecchia capra, che aveva sette caprettini, e li amava come una mamma ama i suoi bimbi. Un giorno pensò di andare nel bosco a far provviste per il desinare; li chiamò tutti e sette e disse: - Cari piccini, voglio andar nel bosco; guardatevi dal lupo; se viene, vi mangia tutti in un boccone. Quel furfante spesso si

traveste, ma lo riconoscerete subito dalla voce rauca e dalle zampe nere -. I caprettini dissero: - Cara mamma, staremo ben attenti, potete andar tranquilla -. La vecchia belò e si avviò fiduciosa.

Poco dopo, qualcuno bussò alla porta, gridando: - Aprite, cari piccini; c'è qui la vostra mamma, che vi ha portato un regalo per ciascuno -. Ma, dalla voce rauca, i caprettini capirono che era il lupo. - Non apriamo, - dissero, - non sei la nostra mamma; la mamma ha una vocina dolce, la tua è rauca; tu sei il lupo -. Allora il lupo

andò da un bottegaio e comprò un grosso pezzo di creta; lo mangiò e così s'addolcì la voce. Poi tornò, bussò alla porta e gridò: - Aprite, cari piccini, c'è la vostra mamma, che vi ha portato un regalo per ciascuno -. Ma aveva appoggiato alla finestra la sua zampa nera; i piccini la videro e gridarono: - Non apriamo; la nostra mamma non ha le zampe nere come te: tu sei il lupo -. Allora il lupo corse da un fornaio e gli disse: - Mi son fatto male al piede, spalmaci sopra un po' di pasta -. E quando il fornaio gli ebbe spalmato la zampa, corse dal mugnaio e gli disse: - Spargimi sulla zampa un po'

di farina bianca -. Il mugnaio pensò: "Il lupo vuol ingannare qualcuno" e rifiutò; ma il lupo disse: - Se non lo fai, ti mangio -. Allora il mugnaio ebbe paura e gli imbiancò la zampa. Già, così fanno gli uomini.

Ora il briccone andò per la terza volta all'uscio, bussò e disse: - Apritemi, piccini; la vostra cara mammina è tornata dal bosco e vi ha portato un regalo per ciascuno -. I caprettini gridarono: - Prima facci vedere la zampa, perché sappiamo se tu sei la nostra cara mammina -. Allora il lupo mise la zampa sulla finestra, e quando essi videro che era bianca credettero tutto vero quel che diceva e aprirono la porta. Ma fu il lupo a entrare. I capretti si spaventarono e cercarono di nascondersi. Il primo saltò sotto il tavolo, il secondo nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell'armadio, il sesto sotto l'acquaio, il settimo nella cassa dell'orologio a pendolo. Ma il lupo li trovò tutti e non fece complimenti: li ingoiò l'un dopo l'altro; ma l'ultimo, dentro la cassa dell'orologio, non lo trovò. Quando si fu cavata la voglia, il lupo se ne andò, si sdraiò sotto un albero sul verde prato e si mise a dormire.

Poco dopo la vecchia capra tornò dal bosco. Ah, cosa le toccò vedere! La porta di casa era spalancata, tavola sedie e panche erano rovesciate, l'acquaio era in pezzi, coperta e cuscini strappati dal letto. Cercò i suoi piccoli, ma non riuscì a trovarli da nessuna parte. Li chiamò per nome, l'uno dopo l'altro, ma nessuno rispose.

Finalmente, quando chiamò il più piccolo, una vocina gridò: - Cara mamma, sono nascosto nella cassa dell'orologio -. Lo tirò fuori ed egli le raccontò che era venuto il lupo e aveva divorato tutti gli altri. Pensate come pianse per i suoi poveri piccini!

Alla fine uscì tutt'afflitta e il caprettino più piccolo corse fuori con lei. Quando arrivò nel prato, ecco il lupo sdraiato sotto l'albero, e russava tanto da far tremare i rami. L'osservò da tutte le parti e notò che nella pancia rigonfia qualcosa si moveva e si dimenava. "Ah, Dio mio, - pensò, - che siano ancor vivi i miei poveri piccini, che il lupo ha divorato per cena?" Disse al capretto di correre a casa e di prendere forbici, ago e filo. Poi tagliò la pancia del mostro; e al primo taglio, un capretto mise fuori la testa, poi, via via che tagliava, saltaron fuori tutti e sei ed erano tutti vivi e stavano benone; perché il mostro per ingordigia li aveva ingoiati interi. Che gioia fu quella! Si strinsero alla loro cara mamma e saltellavano contenti come pasque. Ma la vecchia disse: - Andate, ora; e cercate delle pietre da riempir la pancia a questo dannato prima che si desti -. Allora i sette caprettini trascinarono in gran fretta le pietre e ne cacciarono in quella pancia quante ne poterono portare. Poi la vecchia la ricucì in un baleno, sicché il lupo non se ne accorse e non si mosse neppure.

Finalmente, quando ebbe fatto una bella dormita, il lupo si alzò, e perché le pietre nello stomaco gli davano una gran sete, volle andare a una fontana. Ma quando cominciò a muoversi, le pietre si misero a cozzare nella pancia con gran fracasso. Allora gridò:

-          Romba e rimbomba

-          nella mia pancia

-          credevo fossero

-          sei caprettini,

-          sono pietroni

-          - belli e buoni.

E quando arrivò alla fontana e si chinò sull'acqua per bere, il peso delle pietre lo tirò giù, e gli toccò miseramente affogare. A quella vista i sette capretti vennero di corsa, gridando: - Il lupo è morto! il lupo è morto! - E con la loro mamma ballarono di gioia intorno alla fontana.

6. Il fedele Giovanni.

 

C'era una volta un vecchio re, che era malato e pensava: "Questo sarà il mio letto di morte". Allora disse:- Chiamate il mio fedele Giovanni -. Il fedele Giovanni era il suo servo prediletto, ed era chiamato così, perché gli era stato fedelissimo per tutta la vita.

Quando venne al suo capezzale, il re gli disse: - Mio fedelissimo Giovanni, sento che si avvicina la fine e non ho alcun timore, tranne che per mio figlio: è ancora un ragazzo inesperto, e se non mi prometti di insegnargli tutto quel che deve sapere e di essere il suo padre adottivo, io non posso chiudere gli occhi in pace -.

Il fedele Giovanni rispose:- Non lo abbandonerò e lo servirò fedelmente, dovesse costarmi la vita -. Disse il vecchio re: - Muoio contento e in pace -. E aggiunse: - Dopo la mia morte devi fargli vedere tutto il castello, tutte le stanze, le sale e i sotterranei, e tutti i tesori che racchiudono; ma l'ultima camera del corridoio lungo, dov'è nascosto il ritratto della principessa dal Tetto d'oro, quella non fargliela vedere. Se vede quel ritratto, arderà d'amore per lei, cadrà svenuto e per causa sua correrà gran pericoli, da cui tu devi preservarlo -. Quando il fedele Giovanni ebbe dato ancora una volta la mano al vecchio re, questi tacque, posò la testa sul cuscino e

morì.

Quando egli fu seppellito, il fedele Giovanni raccontò al giovane re quel che aveva promesso al padre moribondo, e disse: - Lo manterrò sicuramente e ti sarò fedele, come lo sono stato a lui, dovesse costarmi la vita -.

Finito il lutto, il fedele Giovanni gli disse: - È tempo che tu veda i tuoi beni; ti voglio mostrare il castello paterno -. Lo condusse in giro dappertutto, su e giù, e gli fece vedere tutti i tesori e le splendide stanze; lasciò chiusa soltanto quella in cui era il ritratto pericoloso. Il ritratto era posto in modo che aprendo la porta lo si vedeva subito, ed era così bello da parer vivo, e niente c'era di più bello e di più soave in tutto il mondo. Ma il giovane re si accorse che davanti a una porta il fedele Giovanni non si fermava e gli disse: - E questa, perché non l'apri mai? - C'è dentro qualcosa che ti farebbe paura, - egli rispose. Ma il re disse: - Ho visto tutto il castello, voglio anche sapere che cosa c'è qua dentro -. Andò alla porta e voleva forzarla. Allora il fedele Giovanni lo trattenne e disse: - Prima ch'egli morisse, promisi a tuo padre che tu non vedrai quel che c'è in quella stanza: potrebb'essere una grande sventura per te e per me. - Ah no, - rispose il giovane re, - è certo la mia rovina se non entro: non avrei pace né giorno né notte, finché non l'avessi visto coi miei occhi. Di qui non mi muovo, finché non hai aperto. Il fedele Giovanni vide che non c'era più nulla da fare e, col cuore grosso e molti sospiri, scelse la chiave nel grosso mazzo. Quando ebbe aperto, entrò per primo, pensando di coprire il ritratto, perché il re non lo vedesse: ma a che pro? il re si alzò sulla punta dei piedi e guardò al di sopra della sua spalla. E quando vide l'immagine della fanciulla, così bella e splendente d'oro e di gemme, cadde a terra svenuto. Il fedele Giovanni lo sollevò, lo portò sul letto e pensava angosciato: "La disgrazia è avvenuta: Signore Iddio, che mai ne nascerà?" Poi lo ristorò con vino, finché riprese i sensi.

- Ah, di chi è quel bel ritratto? - furono le sue prime parole. – È la principessa dal Tetto d'oro, - rispose il fedele Giovanni. Allora il re disse: - Il mio amore per lei è così grande che, se tutte le foglie degli alberi fossero lingue, non potrebbero esprimerlo: per conquistarla rischierei la vita. Tu sei il mio fedelissimo Giovanni e devi aiutarmi -. Il servo fedele meditò a lungo su quel che convenisse fare; perché era difficile anche arrivare alla presenza della principessa. Pensa e ripensa, alla fine trovò un mezzo e disse al re: - Tutto quel che la circonda è d'oro: tavoli, sedie, piatti, bicchieri, scodelle e ogni altra suppellettile domestica. Tu possiedi cinque tonnellate d'oro: fanne lavorare una dagli orefici del regno, che ne traggano ogni sorta di vasellame e di arredi, ogni sorta di uccelli, fiere e animali strani; le piacerà. Noi andremo da lei con questa roba e tenteremo la nostra fortuna -. Il re fece chiamare tutti gli orefici, che dovettero lavorare giorno e notte, finché furono pronti i più splendidi oggetti. Quando tutto fu caricato su una nave, il fedele Giovanni si travestì da mercante e il re dovette fare lo stesso, per non farsi riconoscere. Poi navigarono sul mare, e navigarono finché giunsero alla città in cui abitava la principessa dal Tetto d'oro.

Il fedele Giovanni disse al re di rimanere sulla nave e di aspettarlo.- Forse, - disse, - porterò con me la principessa; perciò badate che sia tutto in ordine: esponete il vasellame d'oro e pavesate tutta la nave -. Poi radunò nel grembiule diversi oggetti

d'oro, sbarcò e andò dritto alla reggia. Quando entrò nel cortile c'era alla fontana una bella fanciulla, che aveva in mano due secchi d'oro e attingeva acqua. Quand'ella si volse portando l'acqua cristallina, vide lo sconosciuto e gli domandò chi fosse. Egli rispose: - Sono un mercante, - aprì il grembiule e lasciò che guardasse quel che c'era dentro. Ella esclamò: - Ah, che begli oggetti d'oro! - e deponendo i secchi li esaminò l'uno dopo l'altro.

Poi disse: - Deve vederli la principessa: le piacciono tanto gli oggetti d'oro, che vi comprerà tutto -. Lo prese per mano e lo guidò fino alle stanze superiori, perché era la cameriera. Quando la principessa vide la merce, disse, tutta contenta: - E' così ben lavorata che voglio comprarti tutto -. Ma il fedele Giovanni disse: - Io non sono che il servo di un ricco mercante: quello che ho qui non è nulla, in confronto di quel che il mio padrone ha sulla sua nave; là c'è quanto di più artistico e di più prezioso sia mai stato lavorato in oro -. Ella voleva che le portassero tutto, ma egli disse: - Ci vogliono molti giorni, tanti sono gli oggetti; ci voglion tante sale per esporli che la vostra casa non ha spazio che basti -.

Così crebbero in lei curiosità e desiderio, e infine ella disse:- Guidami alla nave: voglio andare io stessa a vedere i tesori del tuo padrone.

Allora il fedele Giovanni, tutto felice, l'accompagnò alla nave; e il re, quando la scorse, vide che era ancor più bella che nel ritratto, e credette gli scoppiasse il cuore. Ella salì sulla nave e il re la guidò nell'interno; ma il fedele Giovanni rimase presso il timoniere, e ordinò di salpare: - A vele spiegate, che voli come un uccello nell'aria -. Intanto il re le faceva vedere tutti gli oggetti d'oro, uno per uno: piatti, bicchieri, ciotole, uccelli, fiere e mostri. Passarono molte ore a guardar tutto, e nella sua gioia ella non si accorse che la nave era partita. Esaminato l'ultimo oggetto, ringraziò il mercante e volle tornare a casa; ma, giunta sul ponte, vide che la nave correva a vele spiegate in alto mare, lontano da terra. - Ah! - gridò con spavento, - sono ingannata, rapita, in balìa di un mercante; preferirei morire! - Ma il re la prese per mano e disse: - Non sono un mercante; sono un re, non inferiore a te per nascita. Ch'io t'abbia rapita con l'astuzia, fu per il mio troppo amore. La prima volta che vidi il tuo ritratto, caddi a terra svenuto -. All'udire queste parole, la principessa dal Tetto d'oro si confortò; e fu così incline ad amarlo, che acconsentì volentieri a diventare sua moglie.


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